(In)attualità del Pensiero Critico: Seminario Permanente
2018-corrente

Ernesto de Martino

Antropologo e storico delle religioni, Ernesto de Martino è stato uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento. La sua ricerca si è sempre mossa all’incrocio tra campi disciplinari diversi: filosofia, sociologia, medicina, storia, psichiatria, etnomusicologia.

Le analisi sviluppate in una vasta opera che, a partire da Il mondo magico (1948), si dispiega attraverso la celebre trilogia etnografica - Morte e pianto rituale (1958), Sud e magia (1959), La terra del rimorso (1961) - fino all’incompiuto lavoro sulle apocalissi pubblicato postumo, La fine del mondo (1977), si impongono per la loro forza e la loro impressionante attualità: oggi, dopo un periodo di relativo oblio, de Martino è riscoperto e riattualizzato, come testimoniano la riedizione di Sud e magia (Donzelli, 2016), la recente traduzione negli Stati Uniti di Sud e magia (HAU, 2015) e in Francia de La fine del mondo (EHESS, 2016, nuova edizione critica uscita in traduzione italiana nel 2018 come terza edizione del libro), il fiorire di convegni, giornate di studio, pubblicazioni.

La nozione di presenza – l’umana presenza con la sua fragilità, l’inconsistenza del suo essere al mondo, le sue rotture, i suoi tentativi di ritrovare senso e continuità - è uno dei temi più importanti dell'eredità demartiniana. Non è solo uno strumento epistemologico utile nell'indagine etnografica, ma un vero e proprio approccio esistenziale. De Martino ne parla come di una volontà di agire storicamente nel mondo, che permette all'uomo di situarsi nella realtà e attribuirle un valore. La crisi della “presenza” non è segno di difetto o deficit evolutivo; è, al contrario, intrinseco rischio di ogni essere umano quando si ritrovi sperduto, “spaesato” e privo di quei riferimenti culturali e sociali nei quali de Martino vede la sola possibilità di reintegrazione e di “riscatto”.

Specie negli ultimi lavori, de Martino mostra come in quell'Europa che tenta di affrontare il pesante retaggio della guerra e dei totalitarismi, riemergano continuamente aspetti inquietanti e violenti. Non sono affatto “fossili primitivi”, ma espressioni assolutamente contemporanee, che non trovano argini simbolici e spesso si mostrano legate a processi identitari.

Se a questi temi della sua ricerca aggiungiamo lo sforzo esigente di mantenere aperto il contatto tra i diversi campi del sapere (storia, antropologia, psichiatria, medicina) e le diverse forme dell’esperienza umana (religione, cultura, psiche, collettività) si comprenderanno le ragioni che ci hanno spinto a rimettere in circolazione la sua opera in uno spazio allargato, plurale e non accademico.

De Martino fu un intellettuale nato dalla crisi di un Occidente che vedeva sbiadire i suoi punti di riferimento e si muoveva verso trasformazioni epocali. Quell’alterità di cui come etnologo si faceva testimone e osservatore partecipe non era soltanto un mondo ormai definitivamente avviato alla fine, ma era il nostro stesso fondamento, la nostra radice, quell’humus originario sotterraneo e potente cui già la psicoanalisi aveva riconosciuto un posto centrale nell’esistenza umana. A differenza di questa de Martino cercava risposte non nella dimensione individuale ma in quella collettiva; per entrambe, tuttavia, si rivelava cruciale la trasformazione simbolica, produttrice di senso e di valori. È sicuramente uno dei suoi lasciti più importanti: la possibilità di guardare alla contemporaneità muovendo da quel dramma storico cui l’uomo deve far fronte ieri come oggi e in cui si rivela l’immenso peso del dispositivo simbolico nel tragitto di soluzione della crisi o, al contrario, nel suo fallimento.

In una congiuntura storica come quella attuale, in un Occidente sempre più  impaurito e chiuso, afflitto dall'angoscia dell’alterità - esterna e interna agli individui come ai gruppi sociali -, piegato a livello individuale e collettivo dalle conseguenze della pandemia, impoverito da decenni dei dispositivi simbolici necessari a pensare e governare il mondo (R. Gori 2020), impotente perciò davanti a una “crisi della presenza” ormai pervasiva e destrutturante, la riflessione di de Martino ci pare ineludibile.

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