Riaccendiamo Il Classico
7 dicembre 2017
CostArena, Via Azzo Gardino 48, Bologna

Le Supplici di Eschilo: ieri e oggi

Le Supplici di Eschilo andarono in scena per la prima volta probabilmente nel 463 a. C. ad Atene, nel corso delle feste Dionisiache; nel 2015 Moni Ovadia, il grande regista italiano di origine bulgara, ha rivisitato e reinterpretato l’opera per il teatro greco di Siracusa.  Ha lavorato col compositore Mario Incudine, realizzando un adattamento audace e anticonformista: il testo è stato tradotto in lingua siciliana con frammenti di greco moderno e le Supplici sono diventate una grande, potente cantata.

La tragedia dell’esilio, la paura, la violenza, l’amore ma anche il timore dello straniero, il valore dell’ospitalità, il coraggio di proteggere il debole, tutto questo emerge con drammaticità nelle Supplici, ponendo ieri al lucido sguardo di Eschilo gli stessi interrogativi con cui si misura oggi la nostra modernità: quali diritti spettano ai profughi? come affrontare l’angoscia dell’estraneo? che ne è del dovere di ospitalità? come articolarlo con le trasformazioni sociali?

Il teatro è azione, è parola corporea danzata, cantata, sussurrata, gridata; l’analisi di un’opera trova linfa vitale nel contatto con la messa in scena: sarà perciò proiettata, dopo l’esplorazione dei temi che attraversano il testo, la registrazione integrale dello spettacolo di Siracusa.

Le Supplici di Eschilo

Antonella Cosentino

Eschilo è il “fondatore” del teatro classico, colui che attraverso la problematizzazione e l'attualizzazione delle vicende mitiche portate in scena insegna ai suoi concittadini come orientare la propria vita. La vis paideutica eschilea emerge anche nelle Supplici: attraverso la fuga ad Argo delle cinquanta figlie di Danao, che rifiutano le nozze con i cugini egizi, e soprattutto attraverso la decisione del re Pelasgo di accoglierle, in accordo con l'assemblea dei cittadini, pur nella consapevolezza di un inevitabile scontro armato con il popolo da cui sono partite, sono i valori alti della democrazia e la sacralità del dovere di ospitalità ad essere celebrati, irrinunciabili conquiste della civiltà ateniese. Ma basta una semplice lettura dell'opera per rendersi conto che il messaggio eschileo non è cosi rassicurante e che in queste supplici dall'aspetto barbarico, che rifiutano il matrimonio con i cugini e si dichiarano apertamente ostili all’uomo, si cela la minaccia di un sovvertimento dell’ordine sociale che la tragedia non riesce veramente a ricomporre.

Le radici mitologiche e antropologiche delle Supplici

Raffaele Riccio

The Danaides by John Singer Sargent

Esploreremo la storia delle migrazioni nell’area del Mediterraneo (C. Broodbank, Il Mediterraneo, Einaudi, 2015) per mostrare, attraverso riferimenti mitici, antropologici, archeologici, come le migrazioni, i commerci, i traffici culturali e non, siano stati nei secoli la struttura portante della civiltà stessa del Mediterraneo e del continente europeo.

Al di là della dicotomia Greci/barbari o straniero/cittadino, cercheremo di definire con le parole delle Supplici la lenta formazione dei modelli sessuali, sociali, culturali su cui poi si è andata definendo la società ellenica e, per filiazione, la nostra occidentale.

La riattualizzazione delle Supplici a Siracusa nella lettura di Moni Ovadia

Angela Peduto

Per Le Supplici Moni Ovadia ha deciso di collaborare con Mario Incudine, compositore siciliano, musicista, cantastorie, poeta. Incudine ha tradotto in lingua siciliana e messo in musica il testo di Eschilo insieme a Pippo Kaballé.

È nato così un grandioso "cuntu" : le Supplici di Eschilo sono diventate un grande racconto recitato, danzato e cantato. Nella tragedia greca musica, canto, danza e recitativo erano legati, e questo intimo legame – un teatro dove la parola si abbandona al ritmo, dove il ritmo plasma la voce, dove il corpo intero parla - ha diretto la creazione di Siracusa.  Perciò lo spettatore non ha bisogno di comprendere: sente e vede, egli stesso trascinato o cullato dal ritmo, improvvisamente immerso in una “lingua comune”, in una comune “parlata” mediterranea, dove le voci cantate esprimono in modo immediato, diretto e potente il terrore o l’implorazione, la violenza o la preghiera.

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