Psicoanalisi e letteratura
Dostoevskij e i fratelli karamazov

Dostoevskij e "I fratelli Karamazov"

prima parte

Mariangela Pierantozzi

ll bicentenario della nascita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, che cade il 30 Ottobre 2021, è l'occasione per la pubblicazione sul sito dell’associazione di un testo su I Fratelli Karamazov. Affrontare questo testo può essere un modo per avvicinare l'uomo Dostoevskij e la sua idea di uomo, perché è il suo ultimo romanzo, il più polifonico, e perché Freud, che ha sempre amato attingere ad opere letterarie quali luoghi eterni di rappresentazione di sue concettualizzazioni psicoanalitiche, scrisse uno dei saggi più conosciuti anche dai non addetti ai lavori, intitolato “Dostoevskij e il parricidio”. 

Operazione quasi impossibile quella di sapere veramente chi fosse l'uomo Dostoevskij: Hideo Kobayashi, critico letterario giapponese, pochissimo tradotto e di cui esiste una pubblicazione in inglese, il volume “Literary Criticisme 1924-1939”, parlando proprio di Dostoevskij, denuncia i limiti e l’impossibilità di un esercizio critico teso alla sua comprensione. Non possiamo ricreare l’uomo Dostoevskij, possiamo accumulare informazioni sui suoi libri, sulla sua vita e sulla sua epoca, tentare di scoprire il segreto dell'opera letteraria, ma non sarà sufficiente. Più la conoscenza obiettiva accumula dati, più il segreto dell’opera letteraria rimane intatto e non possiamo ridurlo a tale conoscenza.

Kobayashi fa un confronto particolare ed inaspettato per descrivere il modello di comprensione dell’autore e delle sue opere, quello di una madre in lutto, cui è morto il figlio, la quale, per farsi venire in mente il volto dell’amato, guarda gli oggetti che gli sono appartenuti e si abbandona alla tristezza; più la tristezza diventa profonda, più la madre vede chiaramente il volto del suo bambino come se fosse vivo. 

È davvero singolare che Kobayashi ponga questo esempio all’inizio della sua riflessione su questo autore. Non vi è nulla di più adatto in quanto, in questo romanzo, si allunga l’ombra della meditazione sullo scandalo rappresentato dalla morte dei bambini, dichiarato con parole di compassione e ribellione.   

La sola modalità di lettura è dunque quella che ci mette profondamente a confronto con l’enigma irresoluto dei suoi libri. Non è impresa vana, poiché conduce verso un luogo di meditazione o di contemplazione più che di conoscenza. 

Nel febbraio 1861 Dostoevskij pubblicò sulla rivista "Vremja" un articolo intitolato "Il signor-bov e la questione dell'arte" dove affermò che l’arte di un romanziere è la capacità di esprimere con tale chiarezza il proprio pensiero, nei personaggi e nelle immagini del romanzo, che il lettore, dopo averlo letto, intende l'idea dello scrittore nello stesso modo ch'egli l'intendeva mentre creava la propria opera. 

Quanto l’uomo Dostoevskij è nelle sue opere, qual è il confine tra l'uomo e lo scrittore, quanto mistero aleggia nelle sue pagine, penetrando le nostre menti? Nonostante tutto l’approfondimento che si sia in grado di fare dobbiamo accettare il nucleo enigmatico irriducibile che comunque resta.


Breve biografia

Prima di iniziare a inoltrarci nel romanzo farò un resoconto veloce di una parte della vita dello scrittore: vi troveremo degli episodi che potrebbero essere delle tracce significanti per comprendere alcuni aspetti della sua opera.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij nasce a Mosca il 30 0ttobre 1821, all’ospedale dei poveri “Mariìnskaja”, nell’alloggio governativo.  Era il secondo dei sette figli di Michail, medico militare, dal carattere duro, violento e arrogante, poco tollerante con i dipendenti e collerico con i familiari. 

Sua madre era una donna dolce e spirituale, che lo iniziò allo studio, alla musica, alla letteratura e alla religione. Nel 1831 tutta la famiglia si trasferì a Darovoe, nuovo acquisto del padre, una tenuta di campagna in mezzo a piccole isbe e con un centinaio di anime, dove Fëdor visse nella solitudine di un tempo scandito dal lento susseguirsi degli studi con la madre e i giochi con i fratelli. 

A Darovoe egli rimase poco: nel 1834, insieme a suo fratello Michail, fu mandato nel convitto privato “Cermak”, a Mosca, e nel 1837, dopo la morte della madre per tisi, fu mandato a S. Pietroburgo alla Scuola Superiore del Genio Militare dove studiò ingegneria militare. Inclinazione per questa materia non ne aveva alcuna, mentre l’inclinazione letteraria si era manifestata già con avide letture. 

Nell’estate del 1839 ebbe un tremendo attacco di epilessia, malattia che considerò la sua eterna condanna. Sembra che questo fosse il primo attacco, avvenuto, guarda caso, dopo la notizia dell’uccisione del padre, forse per mano dei suoi servi, che maltrattava. Sulla natura della sua epilessia sono state redatte molte pagine e fatte molte ipotesi. Fu anche fatta risalire allo choc per la fucilazione sfuggita per un soffio (altra esperienza cardine e sconvolgente della sua vita). Comunque, è stata fatta risalire a eventi tragici ed emozionalmente rilevanti per la sua psiche.  Egli donò al personaggio de “L’idiota”, il principe Myškin, e a Smerdiakov, il fratello bastardo dei Karamazov, questa malattia e con queste parole la descrive ne “L’Idiota”:


A un tratto, in mezzo alla tristezza, al buio e all’oppressione, il suo cervello sembrava accendersi di colpo, tendendo in un estremo impulso tutte le proprie energie vitali. In quell’attimo, che aveva la durata di un lampo, la sensazione della vita e il senso dell’autocoscienza sembravano decuplicare di forza. Il cuore e lo spirito si illuminavano di una luce straordinaria. Tutti i dubbi, tutte le ansie e le agitazioni sembravano quietarsi di colpo, si rivolgevano in una calma suprema, piena di armonica e serena letizia, di speranza, di ragionevolezza e di penetrazione suprema.


In effetti è difficile pensare ad un attacco epilettico da una angolatura così estatica; ci fa pensare, piuttosto, ad un vissuto di estrema angoscia che si trasforma, attraverso un terremoto psichico, in uno stato di equilibrio armonioso.

Fëdor portò a compimento gli studi ottenendo il diploma e il grado di ufficiale nel 1843.  Nel 1844 lascia il servizio militare rinunciando alla carriera e inizia a scrivere “Povera Gente”. Nel 1846 inizia “Il Sosia”, in russo “Dvojnik“ cioè “Il doppio”.   Solo in italiano “dvojnik” è stato tradotto con la parola “sosia”: l’inglese, lo spagnolo, il francese e il tedesco lasciano il significato originale. Subito dopo si dedica a “Le Notti Bianche”. 

Si era intanto iscritto al circolo di Michail Petrasevskij, uomo di vasta cultura e acceso sostenitore di un socialismo utopico di stampo francese. Questa passione politica gli costò cara: il 23 aprile 1849 fu arrestato con l’accusa di partecipazione a società segreta con scopi sovversivi e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo, nota come la Bastiglia russa. Condannato a morte, ebbe la pena capitale tramutata in condanna ai lavori forzati all’ultimo minuto, proprio quando era già di fronte al plotone di esecuzione. Venne deportato in Siberia, a Tobolsk, e rinchiuso nella fortezza di Omskd, da cui sarà liberato per buona condotta nel 1854, con l’obbligo di prestare servizio militare nel 7° battaglione siberiano nella cittadina di Semipalatinsk, al confine con la Cina, dove rimase per altri sei anni. 

In tutto questo periodo i libri furono la sua unica compagnia. 

Il patibolo scampato per una frazione di secondo, l’esilio in una regione lontana e priva di contatti e relazioni umane, lo segnarono profondamente, conducendolo in uno spazio mentale dove il dubbio pervicace sulla natura umana sembrava contrastare con un ottimismo nella forza del pensiero e nella fede in Cristo, il messianismo, che si sviluppò nella cultura russa tra l’ottocento e il novecento richiamantesi all’idea di una grande missione di fratellanza universale e salvezza spirituale. Sul patibolo aveva visto la morte, ne aveva sentito l’odore pungente e quell’episodio segnò uno spartiacque nella sua vita psichica e spirituale: in “Delitto e Castigo” e ne “L’idiota”, scritto durante un soggiorno a Firenze, si possono leggere le sue riflessioni sulla pena di morte.  

Si sposò due volte: la prima moglie era la vedova di un doganiere di Semipalatinsk. Dal matrimonio nacque un figlio; la moglie morì di tisi nel 1864. Poco dopo morì il fratello Michail ed egli si fece carico della famiglia di lui oltre che del suo primo figlio. Sposò in seguito la sua segretaria, la stenografa Anna Grigor’evna, che gli organizzava il lavoro, teneva i contatti con gli editori, curava i suoi interessi. Dopo la morte di Dostoevskij ella continuò ad essere il suo agente letterario. Scrisse un romanzo, “Dostoevskij mio marito”, resoconto minuzioso della vita della coppia ma soprattutto testimonianza dei retroscena dei grandi romanzi dello scrittore. Ebbero quattro figli di cui solo due sopravvissero.

Alla fine della sua vita egli ci lascia questo romanzo, la “Troika dei Karamazov” (come dice Claudia Di Natale): tre uomini a tirarla, Mitija, Ivan, e Alëša. Tre uomini per svelare l’uomo. Dostoevskij aveva scritto al fratello Michail: “Bisogna cercare di intendere questo mistero che è l'uomo e se anche vi starai occupato intorno tutta la vita, non vuol dire che hai perduto tempo; io mi occupo di questo mistero perché sono un uomo.”


Il romanzo

“I fratelli Karamazov” fu pubblicato a puntate sul “Messaggero Russo” dal gennaio 1879 e l’ultimo capitolo fu terminato solo pochi mesi prima della sua morte; doveva far parte di un progetto più ampio, la storia di Alëkseij. Questo personaggio portava il nome dell’ultimo dei suoi figli, morto a tre anni, sembra per un attacco epilettico.

La trama si sviluppa intorno a Fёdor Karamazov, proprietario terriero di un distretto di provincia, volgare e dissoluto, che sposa due donne: dalla prima nasce Dimitrij, dalla seconda Ivan e Alëša. La prima fugge, abbandonando marito e figlioletto, la seconda morirà per le insensibilità del marito. I tre figli vivono per un certo periodo lontano dal padre, ma al momento del racconto hanno tutti fatto ritorno nella casa paterna. Dimitrij, fidanzato con Caterina Ivanovna, s’innamora di Grušenka (Agrafena Aleksandrovna) di cui è innamorato anche il padre. Ivan, chiuso, intelligente e scettico, pensa a ripartire per Mosca, luogo congeniale ai suoi interessi intellettuali, anche se è attratto anche lui da Caterina Ivanovna. Alëša è in convento, al seguito dello starec Zosima.


Dostoevskij è autore di romanzi polifonici: infatti, mentre i personaggi vengono presentati, molte altre storie si snodano nel racconto, composto di complessi e molteplici piani. All’inizio, ad esempio, vi è il racconto della vita dello starec Zosima. La biografia di questo santo monaco occupa più di centocinquanta pagine, “interrompendo e ostruendo questo triller metafisico” (Julia Kristeva, 2020). Giocatore, corrotto e peccatore, pieno di vitalità, trascorre le sue giornate da cadetto inframezzando alla quotidianità militaresca di lunghe marce molti incontri carnali, esplosioni di gelosia, accessi di brutalità, fino a schivare un duello mortale che lo conduce alla scelta monacale. Anche lui scampato per un pelo alla morte, come Dostoevskij, diviene un uomo pieno, con una spiritualità terragna, nata dalla conoscenza profonda della doppiezza dell’uomo contenitore naturale di tutto il male e di tutto il bene del mondo. 

Ogni personaggio ha la sua vita e il suo dramma: il vecchio Fёdor brama senza pudore di sposare Grušenka, Dimitrij scoppia di gelosia e controlla il padre per timore che incontri la donna a sua insaputa, Alëša soffre per la morte dello starec Zosima che, prima di morire, lo spinge a tornare alla vita secolare perché, solo in questo modo, potrà avvicinarsi a Dio; Ivan discute sulla non esistenza di Dio e si pone una domanda sulla giustizia divina: perché, se Dio esiste, fa soffrire gli innocenti e in primo luogo  i bambini? 

All’interno del dramma scettico di Ivan si apre il capitolo della “Leggenda del grande Inquisitore”, leggenda che lo scrittore fa nascere dalla fantasia di Ivan, durante una conversazione che ha con suo fratello Alëša, in trattoria, prima della sua partenza per Mosca. 

In questo clima infuocato e tormentoso si compie il delitto: viene ucciso il vecchio Karamazov e ci ritroviamo in una sorta di giallo che conduce il lettore alla scoperta della scena reale e psicologica dell’assassinio.  Assistiamo alla condanna di Dimitrij innocente, al suicidio grandioso e narcisistico di Smerdiakov, figlio naturale di Fёdor e cuoco di casa Karamazov, alla follia di Ivan.  Il romanzo termina con il funerale del piccolo Il’juša, morto per essere stato lapidato dai compagni, dopo il quale Alëša, rivolgendosi ai piccoli amici del bimbo morto, dice:  

- Ah, piccini, ah, cari amici miei: non temetela, voi, la vita! Com'è bella la vita, quando fai qualche cosa di buono e di giusto!

 -Sì, sì, - entusiasti ripeterono ragazzi. 

- Karamazov, noi vi vogliamo bene! - proruppe, incontenibile, una voce, che doveva essere di Kartašëv. 

- Noi vi vogliamo bene, vi vogliamo bene, - fecero coro tutti gli altri. Molti, negli occhi, avevano i lucciconi. 

- Evviva Karamazov! con entusiasmo proclamò Kolja. 

- E per sempre viva in noi il ricordo del ragazzo morto! - Vibratamente soggiunse ancora Alëša. 

- Per sempre, per sempre! fecero eco, di nuovo, i ragazzi. 

- Karamazov! - gridò Kolja. - Può esser mai vero quanto dice la religione, che noi risorgeremo dai morti, e torneremo a vita, e ci rivedremo l'un l'altro, tutti quanti, e dunque anche Il'juša? 

- Senza fallo risorgeremo, senza fallo ci rivedremo, e lietamente, gioiosamente ci racconteremo a vicenda tutto ciò che è stato ...  fra sorridente e rapito rispose Alëša. 

- Ah, come dovrà essere bello! - sfuggì dal petto a Kolja. 

- Bene, e adesso terminiamo i discorsi, e rechiamoci al pranzo funebre. Non turbatevi, se dovremo mangiar le frittelle. Si tratta, non è vero? di qualcosa d'antico, d'eterno, e per di più c'è del buono! - ruppe a ridere Alëša. - Suvvia, andiamo dunque! Ormai, ecco, possiamo prenderci per mano! 

- E per sempre così, per tutta la vita così, tutti per mano! 

- Urrà, Karamazov! - ancora una volta, esultante, proruppe Kolja: e ancora una volta tutti i ragazzi fecero coro al suo grido. (p. 1016)


Questa effusione finale de “I fratelli Karamazov” non resiste all'immersione di Dostoevskij nello stupro di bambine, che aveva costituito la materia (troppo?) oscura dei “Demoni”, ma la cui versione completa è diventata accessibile al pubblico solo negli anni venti e che, in Francia, è stata integrata alla fine del volume II dell'edizione in tre volumi a cura di André Markowicz edita da BabelActes Sud nel 1995. (Julia Kristeva, 2020)


Il Male

A parte Alëša, cui tocca  “dedicarsi ai ragazzini” e accompagnare un “monello” nella malattia “fino al suo funerale”, educatore “mezzo ridente, mezzo esaltato”, che vive “in modo irrefrenabile” la sua religione, “in marcia, mano nella mano” con i suoi “ragazzini ammaliati”, e attraverso il quale “il narratore vuole farci credere che l'amore per i bambini può sopravvivere alla concupiscenza della fede” (Julia Kristeva), ci troviamo, in questo romanzo, davanti alle differenti soluzioni di ogni fratello nella trasformazione e nel  mutamento possibile del male ereditato. 

Il nome Karamazov è formato da due parole: “cara” in turco significa nero, e in russo espiazione, penitenza; “mazov” proviene da maz che significa unzione. I fratelli Karamazov sono unti al nero, al male, marchio generale della condizione umana e marchio individuale della filiazione karamazoviana, sua penitenza, che si trasforma attraverso i destini filiali.

Un padre perverso e crudele. Un buffone

Ivan, Dimitri, Alëša, Smerdiakov, sono stati maltrattati potentemente dal loro padre Fёdor Pavlovič, rappresentazione magnifica del padre dell’orda primitiva: nel 1912 Freud, in “Totem e tabù”, riprendendo il concetto di orda primitiva da Darwin (gli uomini primitivi vivevano sottomessi ad un unico maschio forte, violento e geloso), ha cercato di dimostrare che i destini di quest’orda hanno lasciato tracce indistruttibili nella storia successiva del genere umano. Il padre dell’orda primitiva si era riservato, da spietato despota, il possesso di tutte le donne, uccidendo o cacciando i figli che si ponevano come rivali nel possesso di queste, che egli considerava solo sue. A un certo punto i figli si riunirono e decisero di uccidere il padre, ne mangiarono le carni per prenderne le virtù, in quanto egli era stato si il loro nemico ma anche il loro ideale. Dopo il delitto nessuno dei figli riuscì a prendere il posto del padre perché se lo impedivano reciprocamente e perché avevano paura, a loro volta, di essere uccisi. Così appresero a sopportarsi l’un l’altro, unendosi in un clan fraterno. Eressero un totem a rappresentazione del padre morto e redassero delle nuove leggi, sul divieto di uccidere il padre e sulla regola di unirsi solo a donne di altri clan.  Al Totemismo si deve la nascita delle religioni, della legge morale e della articolazione sociale che ha trasformato l’orda primitiva in una comunità di fratelli.

Fëdor Karamazov per il suo dispotismo, la sua indifferenza crudele verso le sue donne e i suoi figli, per il suo appetito di godimento senza freni, la sua avidità di possesso, le sue pagliacciate, la sua impunità e la derisione con cui tratta tutti, è il degno rappresentante del padre primitivo. Nulla è sacro per lui. Egli è malvagio ma non come satana che si ribella a dio e alla sua idea di bene. È un essere lubrico, oltre la legge, indifferente al problema del Bene e del Male.

Alëksej Fëdorovič Karamazov era il terzo figlio di quel possidente del nostro distretto, Fëdor Pavlovic Karamazov, che fu tanto noto ai suoi tempi (e anche adesso è ricordato fra noi) per la sua tragica e oscura fine, avvenuta precisamente tredici anni fa, e intorno alla quale parlerò a suo luogo. Per ora, di questo ‘possidente’, come da noi lo chiamavamo, dirò soltanto che era un tipo strano, quale però non è difficile incontrarne, e cioè il tipo dell'uomo non soltanto abietto e dissoluto, ma insieme anche sconclusionato: di quegli sconclusionati, tuttavia, che sanno magnificamente sistemare i propri affarucci e i propri interessi, e questi soli, a quanto sembra. Fëdor Pavlovič per esempio, aveva cominciato quasi dal niente; come possidente, era più che modesto; correva a pranzare qua e là alle tavole altrui, s'imbrancava coi parassiti: eppure, al momento della sua morte, si trovò ch'egli aveva non meno di centomila rubli in danaro sonante. E ciò non toglie che per tutta la vita non avesse mai cessato di essere uno dei più sconclusionati bislacchi di tutto il nostro distretto. Ripeto un'altra volta: non si tratta, in questi casi, di stupidità, ché anzi la maggior parte di questi scapestrati sono abbastanza intelligenti e scaltri: si tratta di vera e propria scervellataggine, con una sfumatura tutta speciale, nazionale. S’era ammogliato due volte, e aveva tre figli: il maggiore, Dimitrij Fedorovič, della prima moglie, e gli altri due, Ivan e Alëksej, della seconda. La prima moglie di Fëdor Pavlovič apparteneva all'agiata e distinta famiglia dei nobili Miusov, anche essi possidenti del nostro distretto. Come fosse precisamente accaduto che una ragazza con tanto di dote, e avvenente, e di intelligenza apertissima, come fra noi sono tanto frequenti nell'attuale generazione, ma se ne trovavano anche nella passata, potesse andare sposa a un tale infimo ‘scarto’, come tutti lo chiamavano allora, non mi fermerò troppo a spiegarlo. Io stesso ho conosciuto una ragazza, dell’ormai trapassata generazione ‘romantica’ la quale, dopo parecchi anni di enigmatico amore per un certo signore, che avrebbe potuto benissimo, ogni volta che avesse voluto, sposare nel più tranquillo dei modi, aveva finito con l'inventarsi degli insormontabili ostacoli, in una notte tempestosa si gettò da un'alta ripa, simile a una scogliera, in un fiume abbastanza profondo e veloce, e ivi perì, senz'altra causa che per i propri capricci, unicamente per rassomigliare all'Ofelia di Shakespeare; tanto che, se quella scogliera, già da un pezzo osservata e vagheggiata, non fosse stata così pittoresca, e al posto di essa ci fosse stata una prosaica sponda piatta, forse neppure il suicidio si sarebbe avverato. Questo fatto è autentico, ed è lecito pensare che nella nostra vita russa, durante le ultime due o tre generazioni, fatti di questo genere ne siano accaduti in buon numero. Similmente, anche il gesto di Adelaida Ivanovna Miusova era stato senza dubbio il riflesso di suggestioni estranee, e insieme l'esasperazione d'un pensiero imprigionato. C'era in lei, forse, un bisogno di dimostrare l'indipendenza della donna, di marciare contro le convenzioni sociali, contro il dispotismo del lignaggio e della famiglia: e la docile fantasia la aveva persuasa, sia pure per un istante, che Fëdor Pavlovič nonostante la sua professione di parassita, era tuttavia uno dei più arditi e spiritosi uomini di quell'epoca, destinata a preparare in tutto migliori destini, mentre in realtà costui era semplicemente un maligno buffone e nulla più. Il piccante dell'episodio era nel fatto che avevano ricorso al rapimento, cosa che aveva molto solleticato Adelaida Ivanovna. Dal canto suo Fëdor Pavlovič, a tutte queste avventure, era stato spinto in gran parte anche dalla sua posizione sociale, giacché aveva una voglia matta di far carriera, costasse quel che costasse: e certo, appiccicarsi a una buona famiglia, e acciuffare una dote, era una cosa molto attraente. Quanto poi al reciproco amore, non c'era stato affatto, a quanto pare, né da parte della fidanzata, né da parte di lui, nonostante tutta la bellezza di Adelaida Ivanovna: caso forse unico nella biografia di Fëdor Pavlovič, uomo dedito tutta la vita alla lussuria, pronto in un lampo a attaccarsi a qualsiasi gonnella, al primo incoraggiamento che ne avesse. Soltanto questa donna non aveva prodotto su lui, dal lato passionale, nessuna particolare impressione. Adelaida Ivanovna, immediatamente dopo il ratto, s'era accorta di colpo che pel proprio marito non provava che disprezzo, e nulla più. In tal modo, le conseguenze di quel matrimonio si palesarono con eccezionale celerità. Sebbene la famiglia si fosse anzi rassegnata con una certa arrendevolezza al fatto compiuto, e avesse versato alla fuggiasca la sua parte di dote, tra i coniugi cominciò una vita tumultuosissima, piena d'eterne scenate. Si raccontava che la giovane sposa avesse dimostrato in questi frangenti un animo senza paragone più nobile ed elevato che non Fëdor Pavlovič il quale, come ormai si sa bene, le aveva soffiato via fin d'allora, d'un sol colpo, tutto il danaro - non meno di venticinquemila rubli - che essa aveva appena ricevuto: carte da mille che da quel momento, per lei, fu come se fossero andate a picco nell'acqua. Quanto poi alla piccola tenuta e alla casa di città, d'un certo valore, che le erano pure toccate in dote, egli cercò per un pezzo, con tutte le maniere, di farle passare a nome suo, stipulando un atto adeguato; e indubbiamente ci sarebbe riuscito, non foss'altro per il disprezzo e la ripugnanza che ispirava senza tregua alla moglie colle sue spudorate estorsioni e supplicazioni: non foss'altro, insomma, per la stanchezza morale di lei, pel bisogno di finirla una buona volta. Ma, fortunatamente, era intervenuta la famiglia di Adelaida Ivanovna, e aveva posto un limite alla prevaricazione. È un fatto risaputo che fra coniugi avvenivano di frequente delle zuffe, ma, secondo una voce generale, chi picchiava non era Fëdor Pavlovič, era Adelaida Ivanovna, signora impetuosa, ardita, bruna, intollerante, dotata di notevole forza fisica. Fini che essa abbandonò Fëdor Pavlovič, e fuggì da casa con un qualsiasi morto di fame, un seminarista che faceva il maestro, lasciando sulle spalle a Fëdor Pavlovič Mitja di tre anni. Senza perder tempo, Fëdor Pavlovič mise su dentro casa un vero e proprio harem, con le più sfrenate gozzoviglie: fra l'una e l'altra delle quali, se n'andava in giro per tutto il governatorato a piagnucolare e a lamentarsi ai quattro venti d'Adelaida Ivanovna che lo aveva abbandonato: e a questo proposito riferiva certi particolari, che un uomo coniugato si vergognerebbe a riferire della sua vita matrimoniale. Fatto sta che sembrava riuscirgli piacevole, e addirittura lusingarlo, recitare così dinanzi a tutti la ridicola parte del marito offeso, e con tanto di frange, sciorinare dettagli dell'offesa che aveva patito. - Si direbbe che voi, Fëdor Pavlovič, abbiate ricevuto una promozione, da quanto siete soddisfatto, nonostante tutto il vostro dolore -, gli dicevano i burloni. Molti aggiungevano addirittura che per lui era una gioia potersi presentare così in un rinnovato costume da buffone, e che apposta per far ridere più di gusto faceva mostra di non avvedersi della comicità della sua situazione. Chissà, però: potrebbe anche darsi ch’egli agisse così per un impulso spontaneo.” (pp. 11- 13) 

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Ci vuol poco, ormai, a immaginarsi che razza d'educatore e di padre potesse essere un uomo simile. Accadde, sotto questo rispetto, ciò che appunto doveva accadere: che egli, cioè, trascurò completamente, come se non esistesse, il figliolino natogli da Adelaida Ivanovna, non già per rancore verso di lui, o per qualche risentimento della sua disavventura coniugale, ma semplicemente perché lo aveva dimenticato del tutto. Mentre importunava tutti quanti con le sue lacrime e le sue lamentele, e aveva trasformato casa sua in un antro di bagordi, quel bambinetto di tre anni, Mitja, era stato preso in custodia dal fedele servitore di casa, Grigorij: e se allora non se ne fosse curato costui, forse il bambino non avrebbe avuto chi gli cambiasse la camicina. (p.15)

Con lo scorrere delle pagine scopriamo quali evoluzioni subirà l’eredità della cattiveria paterna. Tranne Alëša, appunto, tutti i fratelli hanno un medesimo tratto comune identificativo, uno stesso appetito di godimento, una forza terrena e frenetica: la filiazione è il luogo per eccellenza, di volta in volta, della trasmissione, ma anche delle modificazioni del male e della resistenza nei suoi confronti. La filiazione darà un destino a ciascun dei fratelli, sul filo del lavoro della cultura.


Dal particolare al generale

Nel capitolo del “Grande Inquisitore” Dostoevskij ci dispiega un’idea generale di uomo senza speranza: gli uomini sono deboli, perversi, insignificanti, ribelli. Il male è in essi presente, ed è un male non trasformabile.

Come preambolo al racconto del Grande Inquisitore, Ivan racconta ad Alëša dei fatti che hanno al centro delle sevizie imperdonabili, subite da bambini, da innocenti. Come mai degli innocenti, dei figli, sono ritenuti debitori e responsabili del male fatto al mondo dalle generazioni precedenti? Si chiede Ivan:


Astrattamente è ancora possibile amare il prossimo, e, qualche volta, anche da lontano: ma, da vicino, direi che non è possibile mai. Se le cose si svolgessero come a teatro, nei balletti, dove i poveri, quando vengono in scena, si presentano in cenci di seta e in merletti stracciati e chiedono l'elemosina graziosamente danzando, eh, allora sì che si potrebbe, ancora ancora, dilettarsi di loro. Dilettarsene, ma non amarli. 

Ma di questo basti. Avevo bisogno, soltanto, di condurti al mio punto di vista. Volevo, ora, venir a parlare delle sofferenze umane in generale, ma sarà meglio che ci limitiamo alle sofferenze dei bambini. Tanto di perduto a favore della mia tesi, s'intende. Ma, prima di tutto, i bambini si possono amare anche da vicino, anche quelli sudici, anche quelli brutti di viso (a me sembra, però, che i bambini non siano mai brutti di viso). Secondariamente, se dei grandi non dirò nulla, c'è anche un'altra ragione: oltre che sono repellenti, e che non sanno guadagnarsi l'amore, con loro entra in giuoco anche la retribuzione: loro han mangiato il pomo, han conosciuto il bene e il male, e son diventati ‘sicut dei’. E continuano ancora a mangiarlo. Ma i piccoli bambini non hanno mangiato nulla, e ancora non hanno nessuna colpa. Tu vuoi bene ai bambini, Alëša? Lo so che gli vuoi bene, e a te riuscirà chiaro perché di loro soli voglio parlare ora. Se anche loro, su questa terra, sono soggetti a sofferenze tremende, dev'essere, necessariamente, a causa dei padri loro: vengon puniti per i padri loro, che mangiarono il pomo. Ma vedi, questo è un ragionamento che non è di questo mondo: al cuore dell'uomo, qui sulla terra, riesce incomprensibile. Non è possibile che un innocente debba soffrire per le colpe d'un altro e di quali innocenti si tratta! Forse tu rimarrai sorpreso, Alëša, anch'io voglio un gran bene ai bambinetti. E nota bene: i feroci, i passionali, i lussuriosi, gli uomini tipo Karamazov, non di rado amano teneramente i bambini. (p. 318)  


Ci rendiamo conto che Dostoevskij declina il male in due forme: c’è il tema del parricidio, il male che può evolvere (la via è una rimozione - dissoluzione della filiazione, del complesso di Edipo, una uscita dalla famiglia, un distacco dai genitori); e c’è il male non trasformabile, suscettibile di ripetersi, che conduce alla sofferenza degli innocenti, come la morte di Il’iuša, il piccolino che per aver difeso la dignità del padre umiliato, è lapidato dai compagni di scuola.  Questo è un male che procura un dolore inconsolabile. Questo male è al di fuori di ciò che può essere trasformato attraverso la risoluzione dell’Edipo. 


Torniamo ai fratelli Karamazov: ognuno, nel ribellarsi alla identificazione con il padre e a ciò che questa li destina, esplora le possibilità che lo condurrà lontano dal parricidio. 

Chi andrà fino all’assassinio? 

Chi ne porterà la colpa senza averlo commesso? 

Chi riuscirà ad amare una donna senza la lubricità paterna, indifferente alla sorte dell’oggetto-donna da possedere e gettare? 

Chi trasformerà il male?

È da Alëša, figura dell’amore e della tolleranza, che ci si aspetta un insegnamento sul destino del male. Ma Alëša, l’innocente, il puro, l’indenne dal male che gli è stato fatto, non sembra insegnare niente su come si possa passare da un bambino gravemente maltrattato ad un adulto capace d’amore. 

Sembra che egli non abbia trasformato niente. Egli non giudica, egli è colui che tutti vogliono accanto, colui che condivide i tormenti di tutti, che vuole soccorrere tutti, ma il cui amore in definitiva non è di alcun aiuto, non muta niente nel destino dei fratelli o degli altri. 

È quello che parla ai bambini del loro potere d’amore ma che non riesce a proteggerli né salvarli. È il figlio segnato dalla grazia e dall’amore del padre spirituale, lo starec Zosima.  Alëša si libera dell’eredità paterna attraverso la fuga nella spiritualità. 

La sua via è quella della fede, riservata a un’élite, una salvezza individuale senza conseguenze sulla circolazione terrestre del male. Freud nel saggio “Mosè e il Monoteismo” la descriverà come la forma ultima del superamento del conflitto edipico e del male trasmesso, progresso compiuto attraverso la religione monoteistica, attraverso la scelta di una filiazione spirituale che è la metamorfosi di quella carnale. 


Ivan, suo fratello maggiore, è un libero pensatore, un cinico scettico, come dice Freud. Dostoievskii gli attribuisce la meditazione sul bene e sul male del Grande Inquisitore. Sarà lui che corromperà il senso già incerto del bene e del male di Smerdiakov. È lui l’autore per procura del parricidio, poiché egli insegna a Smerdiakov, l’assassino, che, se Dio non esiste, tutto è permesso. Ivan si rifiuta di cancellare il male con delle illusioni religiose e pone la questione centrale del romanzo: egli può capire come gli uomini siano accomunati nel peccato, ma non capisce come possa l’infanzia essere partecipe di questo peccato. Se la verità è che anche i bambini sono accomunabili ai loro padri e ai loro crimini, egli non la accetta e non capisce questa verità. Prende in esame anche la soluzione della trascendenza, come modalità di superamento del male ma Ivan il miscredente afferma che è un miracolo che un’idea come quella della necessità di un Dio sia potuta entrare nella testa di un animale così selvaggio, così cattivo come l’uomo; non accetta per nulla la necessità di un essere unificante che cancellerebbe il male. Si sostituisce a Dio per procura, negandone l’esistenza: se gli innocenti sono alla mercé della sofferenza, e lo sono, non vi può essere un bene nel male, non vi è trascendenza spirituale né trasformazione possibile.  Le idee, l’acutezza di Ivan non gli permetteranno di sfuggire al parricidio per procura. 


E se le sofferenze dei bambini fossero destinate a completar quella somma di sofferenza, che era il prezzo necessario per l'acquisto della verità, in tal caso io dichiaro fin d'ora che tutta la verità non vale un tal prezzo. Io non voglio, insomma, che la madre s'abbracci col carnefice che ha fatto sbranare suo figlio dai cani! Essa non deve osare di perdonargli! Se le pare, lo perdoni per proprio conto, perdoni pure al carnefice la propria immensa sofferenza materna: ma le sofferenze del suo bambino sbranato essa non ha il diritto di perdonarle, non oserà perdonarle al carnefice, seppure il bambino stesso le perdonasse a costui. E se sarà così, se essi non oseranno perdonare, dove sarà dunque l'armonia? Esiste forse, in tutto l'universo, un essere che avrebbe la possibilità e e il diritto di perdonare? Non voglio l'armonia: per amore stesso dell'umanità, non la voglio. Voglio che si rimanga, piuttosto, con le sofferenze invendicate. Preferisco, io, di rimanere nel mio stato d'invendicata sofferenza e d'implacato scontento, dovessi pure non essere nel giusto. Troppo caro, in conclusione, hanno valutato l'armonia: non è davvero per le tasche nostre, pagar tanto d'ingresso. Quindi, il mio biglietto d'ingresso, io m'affretto a restituirlo. E se appena appena sono un uomo onesto, ho l'obbligo di restituirlo il più presto possibile. E così faccio appunto. Non è che non accetti Dio, Alëša: ma semplicemente Gli restituisco, con la massima deferenza, il mio biglietto. 

- Questo si chiama ribellione, - piano, cogli occhi bassi, esclamò Alëša. (p. 328)


Ivan sostiene che, se Dio non esiste, allora gli è permesso di rimpiazzarlo ... lui dunque sarà Dio per procura. Quando lui soffre, è per lui stesso, per i suoi crimini. Ivan è un negativo radicale. Se gli innocenti sono alle mercé del male, e lo sono, non vi può essere un bene nel male, non vi è trascendenza spirituale né trasformazione. La chiaroveggenza di Ivan non gli permette di sfuggire al parricidio che compie per procura.

Smerdiakov dal canto suo non ha trasformato nulla di ciò che ha ricevuto di malefico. È stato a tal punto marchiato dalla miseria morale del padre e dalla miseria mentale della madre Lizaveta, violentata dal vecchio Karamazov, che è rimasto maligno nelle intenzioni, intrappolato nei suoi atti. Esecutore dell’assassinio del padre, che confessa a Ivan prima di suicidarsi, rimane quello che era alla nascita: un bastardo che non possiede neppure la proprietà dei propri atti, escluso anche dal giudizio degli uomini, poiché la sua confessione non ha alcun effetto sulla condanna di Dimitrij. Alla violenza subita ha risposto con la violenza, con l’assassinio, con l’autodistruzione, una pura riedizione del marchio nero.  


Veniamo a Dimitrij che Freud definisce “un gaudente sottomesso alle sue pulsioni”. Egli riesce a rinunciare alla donna concupita da lui e da suo padre e si allontana dal padre odiato. In questa trama poliziesca è il presunto colpevole, fino alla confessione di Smerdiakov.  Egli dà una festa in onore della donna amata alla quale, proprio in quella occasione, rinuncia. La società moralista, la giustizia umana, lo condannerà proprio per questa festa. Dimitrij è la raffigurazione di una risoluzione dell’Edipo riuscita solo in parte. Egli ha desiderato il parricidio, ma vi ha rinunciato. Il male ereditato si è convertito in un tormento di colpa nevrotico e la sua vita amorosa è un insuccesso. Il marchio nero si manifesta con la punizione.  La dissoluzione del complesso di Edipo non è interamente compiuta. L’emancipazione non è stata completata. 

L'evoluzione culturale, che inizia con la nascita di una società di fratelli, con il sorgere dei tabù, può trasformare l’eredità del male: possiamo scegliere di non uccidere, e di solito non uccidiamo. Ma non si erge il senso di colpa solo se rinunciamo consapevolmente e coscientemente ad uccidere e nel contempo elaboriamo il desiderio e vi rinunciamo. 

La letteratura, con gli strumenti che le competono, ha da sempre fatto i conti con i materiali che sarebbero stati oggetto della psicoanalisi, producendo mirabili personaggi, incarnazione di disturbi e di varie personalità. Freud si occupò di questo romanzo nel 1927 scrivendo un saggio assai famoso, in cui riesamina la sua teoria del parricidio, base per il complesso di Edipo. Nel 1925 due tedeschi, Fulop-Muller e Eckstein, progettarono una serie di volumi supplementari alla edizione tedesca delle opere di Dostoevskij che era stata pubblicata nel 1924 a Monaco a cura di Moeller van den Bruck. Uno dei volumi doveva riguardare “I Fratelli Karamazov” e gli editori chiesero a Freud di collaborare con uno scritto. Nel saggio che ne nacque Freud analizza prima la personalità di Fëdor Michajlovič Dostoevskij che per lui è, dopo Shakespeare, il più grande scrittore di tutti i tempi: distingue in lui quattro aspetti: lo scrittore, il nevrotico, il moralista e il peccatore.  L’uomo descritto da Dostoevskij, richiama l’uomo barbaro delle migrazioni etniche, il quale uccide e poi fa ammenda. Anche lo Zar Ivan IV detto il Terribile faceva così e Freud è convinto che così sia l’anima russa. Grandi conflitti si agitano nel suo animo.  È questo il punto debole anche dello scrittore. Lo considera un uomo molto nevrotico: nel suo intimo esistevano alcune tendenze deprecabili rivelate da alcuni dati della sua biografia come la passione per il gioco, forse l’abuso di una giovane fanciulla ancora immatura (per sua confessione). Ma Freud riconosce che era anche un uomo pieno di slanci, di bontà e generosità.

La contraddizione all’interno di una personalità così complessa Freud la risolve con il rendersi conto che, sebbene la fortissima pulsione distruttiva di Dostoevskij ne avrebbe potuto fare un criminale, ciò non è accaduto, avendola rivolta contro sé stesso esprimendola in forma di masochismo e senso di colpa. Freud sostiene che gli attacchi epilettici dello scrittore fossero di natura affettiva e non organica, facendoli risalire all’infanzia, manifestatisi in modo eclatante dopo la terribile esperienza della morte del padre per omicidio. Questo sarebbe secondo lui il trauma più grande di Dostoevskij, il perno della sua nevrosi: dà molta importanza alle angosce dello scrittore che fin da giovanissimo aveva l’abitudine di lasciare dei biglietti in cui, descrivendo il suo timore di cadere preda di un sonno come la morte, chiedeva ai suoi di lasciar passare almeno cinque giorni prima di seppellirlo. Per Freud questa era la prova della sua identificazione con il padre che prima desiderava morto e che poi è morto davvero. Il fatto che il desiderio si sia avverato ha potenziato le sue difese. Gli attacchi isterici (le crisi epilettiche) rappresentavano l’autopunizione per il desiderio che il padre morisse. 

Continuando la sua disamina dice che Dostoevskij non riuscì mai, a elaborare psichicamente l’intenzione parricida. Se è vero che nella prigionia in Siberia Dostoevskij non ebbe attacchi epilettici, si avrebbe la controprova che essi erano atti punitivi. Come nell’Amleto il delitto è compiuto da un altro: non da Dimitrij né da Ivan, ma da Smerdiakov cui lo scrittore attribuisce la sua malattia, cioè l’epilessia. Per Dostoevskij però non occorre aver commesso il delitto per essere colpevole, basta averlo desiderato. È per questo che Dimitrij accetta il carcere, Ivan impazzisce e Smerdiakov si suicida.  Freud sostiene che la passione per il gioco era un modo per punirsi, per potersi disprezzare una volta aver perso tutto. Solo quando arrivava alla povertà assoluta si alzava dal tavolo da gioco per scrivere: la genialità creativa finalmente vinceva il demone autodistruttivo.

Ritorniamo al male non trasformabile: il continuo progredire della storia e della cultura non riesce a intaccare quel residuo di malvagio irrimediabile, che non risente dell’evoluzione dell’umanità di cui parla il grande inquisitore. Quando, davanti al Cristo, egli ricapitola le soluzioni trovate dall’umanità per uscire dai mali, conclude che né la salvezza attraverso la spiritualità (riservata ad una élite e senza conseguenze sul male che continua a circolare nel mondo), né quella attraverso la via collettiva, religiosa e politica, cristiana o comunista, né l’amore di Dio o il pane per tutti, possono prospettare una uscita decisiva dalla vocazione umana al male. Una parte del male resta intrasformabile, resiste, rimane estranea ai mezzi elaborati fino ad ora dallo sviluppo culturale.

Forse il male invincibile risiede in un rimosso originario? Una specie di peccato originale? O questa è una convinzione consolatrice prima di arrivare alle coraggiose parole di Hanna Arendt: “Quando il pensiero si occupa del male ... non trova niente, niente che si possa nominare, che possa sottomettersi alla simbolizzazione del pensiero e del linguaggio, affondando le radici in un oscuro magma pulsionale, luogo delle origini.”


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