Conrad Stein: L’etica dell’inconscio e la singolarità dell’atto analitico

Conrad Stein è una figura discreta ma imprescindibile della psicoanalisi francese. La sua opera, mai sistematica e mai istituzionalmente protetta, rappresenta una delle riflessioni più pure e radicali sull’atto analitico, sul ruolo dell’inconscio e sulla responsabilità dell’analista.
Chi lo ha conosciuto è stato contagiato dalla sua apertura mentale e dal suo rifiuto radicale di una posizione ideologica della pratica analitica.
Nato a Berlino nel 1924, Stein trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera.
Suo padre, giornalista, seguiva attentamente il contesto politico e, dal 1933, all’inizio dell’ondata nazista, decise di lasciare la Germania con tutta la famiglia.
Dopo un periodo scolastico in Francia, conseguì il baccalaureato a Nîmes e un PCB (1) a Grenoble. Si iscrisse alla facoltà di medicina a Genève, da dove ritornò in Francia nel 1947 ottenendo il titolo di interno degli ospedali psichiatrici della Senna nel 1951.
Completò il suo internato alla Maison Blanche (2) nello stesso periodo di Roger Misès.
Sotto la supervisione di Serge Lebovici conseguì il dottorato con una tesi su “Il mutismo nei bambini”.
Iniziò la sua analisi nel 1952 con Marc Schlumberger e poi con Sacha Nacht.
Nel 1960 venne eletto membro titolare della Société Psychanalytique de Paris, dopo aver pronunciato una comunicazione che fece epoca, sia per la qualità dell’elaborato che per le polemiche che sollevò.
È considerato lo psicoanalista francese tra i più rigorosi e appartati nel panorama europeo del secondo Novecento, radicato nella tradizione freudiana e nei primi insegnamenti di Lacan, pur distaccandosene progressivamente attraverso una elaborazione personale e profondamente originale dell’atto analitico.
Di Sigmund Freud assimila l’essenza: l’inconscio non solo come contenuto nascosto ma come logica che attraversa il soggetto, e la parola come luogo privilegiato della sua manifestazione.
Di Jacques Lacan accoglie l’idea dell’inconscio strutturato come un linguaggio, la pratica del taglio della seduta, la funzione del desiderio dell’analista. Ma si discosta dal sistema teorico lacaniano, rivendicando una posizione più sobria, meno costruita e più ancorata all’esperienza clinica. Il taglio non è per lui la seduta breve, non è una tecnica, non è un metodo ritualizzato di gestione della seduta come è divenuto per la maggior parte dei “lacaniani”: il taglio è un gesto di rinuncia dell’analista, non un’azione sull’analizzando.
Non serve un intervento visibile come l’interruzione della seduta vera e propria: può essere solo un silenzio ben sostenuto, un silenzio che apre, che non abbandona. È un modo per restituire la ”mancanza”, affinché l’inconscio possa farsi sentire.
Stein ha lavorato a lungo fuori dai grandi circuiti istituzionali, scegliendo un percorso discreto e lontano dalle accademie. Questa posizione marginale non è indice di rinuncia, ma parte integrante della sua etica: Stein ha sempre rifiutato che la psicoanalisi venisse ridotta ad un sapere organizzato o a un corpus dottrinario da trasmettere per appartenenza.
La sua pratica clinica e la sua attività di supervisore hanno esercitato una influenza decisiva su generazioni di analisti francesi, nonostante o forse proprio grazie alla sua scarsa esposizione pubblica.
Con il titolo “La castrazione come negazione della femminilità” pubblicato sulla Revue française de psychanalyse (2/1961) e in “Mort d’OEdipe” (Denoël, Paris, pp. 155-183), interroga e mette in discussione il fallocentrismo allora in voga nell’ambito psicoanalitico.
Insieme a Wladimir Granoff, Serge Leclaire e François Perrier, Conrad Stein ebbe una grande influenza per la sua concezione della cura psicoanalitica sulla generazione degli anni Sessanta, non solo nell’ambito della storia del movimento psicoanalitico e delle sue scissioni, ma anche e soprattutto per la sua concezione della cura psicoanalitica, per i suoi lavori di chiarificazione dei processi che hanno luogo nelle sedute analitiche.
Nel 1960, al VI Colloquio di Bonneval diretto da Henry Ey, introducendo gli interventi di Alphonse de Waelhens e di Jean Laplanche e Serge Leclaire con una relazione intitolata “Linguaggio e Inconscio”, attirò l’attenzione di Jacques Lacan, che lo invitò ai suoi seminari.
Già due anni prima Conrad Stein aveva creato un proprio seminario che si teneva il giovedì a mezzogiorno presso l’Istituto di Psicoanalisi di Parigi. Questo seminario, al quale hanno partecipato numerosi colleghi, fino al 1964 fu dedicato allo studio di “Totem e tabù”.
Le riunioni del giovedì si svolsero per più di vent’anni e riguardarono l'“Interpretazione dei sogni”, titolo che Conrad Stein esplorò nei suoi sottintesi al di là del contenuto manifesto.
Dal 1984 riprese gli studi della tragedia di Sofocle e dei personaggi di Edipo, Giocasta e Clitennestra, che servirono alla trama dei suoi lavori sul rifiuto del femminile, sull’odio e sul matricidio.
Dal 2002 fino alla morte tenne a Espace Analytique, di cui era membro onorario, un seminario bimestrale sui “principi della direzione della cura”.
Con Piera Aulagnier e Jean Clavreuil fondò nel 1967, fuori da qualsiasi istituzione, la rivista “L’Inconscient”. Nei primi due anni di esistenza della rivista furono otto i numeri che videro la luce, consacrati alla trasgressione, alla perversione e alla paternità.
Nel 1969 Piera Aulagnier fondò la rivista “Topique” e Conrad Stein “Études Freudiennes”.
Nel 1982 fondò l’Associazione per gli Studi Freudiani (AEF) con Danièle Brun, organizzando dei colloqui preliminari ai numeri della rivista aperti a tutte le correnti di pensiero e alle questioni principali della pratica psicoanalitica, compresa la formazione.
Questa apertura è figlia del rifiuto di vedere la psicoanalisi asservita a una ideologia o a una fede, come accadde all’epoca dei primi discepoli di Freud. Conrad Stein diceva: “La loro posizione ideologica si traduceva nella convinzione che avrebbero trovato la chiave del proprio inconscio nel manifesto del testo del maestro. In un certo senso la loro cecità non aveva uguali se non in quella di Freud.”
Conrad Stein si opporrà alle ideologie che possono interferire nella cura, a maggior ragione a quelle che potrebbero assoggettare il paziente, fosse anche in modo subdolo, a una teoria o a una istituzione: “Lo psicoanalista sapiente che, come Faust, si limita ad accumulare sapere, è sterile come Faust e, come lui, prende per il naso i suoi pazienti. Ma bisogna sottolineare che, a differenza di Faust, egli non se ne accorge e non se ne accorgerà mai. Una adesione troppo servile alle società psicoanalitiche porta a questo.”
Il concetto specifico di “operazione psicoanalitica” non riguarda affatto un sapere costituito. Queste parole possono sorprendere dette da un uomo che non è incline a frasi provocatorie, preferendo un cammino incerto, prudente e pieno di interrogativi della cura psicoanalitica alle affermazioni tonanti e “sapienti”, che definiva “madri urlanti”.
Conviene ricordare questa posizione essenziale di Conrad Stein in un momento in cui una certa fragilità difensiva convive con alcuni fondamentalismi teorici.
Pur non rifuggendo dalla realtà esterna, Conrad Stein l’ha tenuta a distanza dal pensiero dello psicoanalista, sottolineando che questo non è specifico della psicoanalisi se non nella misura in cui, in modo necessariamente fugace e imperfetto, lo psicoanalista dispone liberamente della rappresentazione del paziente. Non era cieco alle esigenze della realtà esterna, però le teneva “a distanza” perché ciò che rende specifico il pensiero analitico è (per Stein) la possibilità – sempre fugace e imperfetta – di disporre liberamente della rappresentazione del paziente, senza ridurlo a “oggetto” di indagine o a “caso” da spiegare. Questo è coerente con l’idea (molto freudiana e post-freudiana) che nella cura la “realtà” davvero operante non è solo il fatto di vita, ma la realtà psichica: come viene vissuta, sognata, spostata, messa in scena nel transfert e nella parola. In un testo commemorativo si sottolinea proprio quanto, con Stein, si comprenda la specificità e la “permanenza” della realtà psichica e la sua incarnazione nella cura.
A questo proposito, Conrad Stein mette in guardia contro le “cure controllate”, supervisionate, oggettivate, come quelle che si praticano nelle istituzioni psicoanalitiche. Su questo tema ha pubblicato due articoli. Il primo è il suo contributo a un convegno di Études freudiennes del 1984 intitolato “Al di là del tempo delle sedute”.
Il secondo, del 1989, redatto in occasione delle giornate di studio su “La pratica delle cure controllate” si intitola “En quel lieu, dans quel cadre, à quelles fins, parler de ses patients?” (presente in traduzione italiana sulle pagine del sito di OfficinaMentis, https://www.officinamentis.com/gruppi-di-supervisione/conrad-stein-parlare-dei-pazienti).
Stein non propone un sistema teorico alternativo né una nuova scuola. Propone qualcosa di più radicale: il ritorno all’essenziale dell’analisi, che nessuna teoria può codificare completamente.
La sua originalità sta nella fedeltà intransigente all’inconscio, nel rifiuto di derive scolastiche e nella convinzione che l’atto analitico sia un gesto irriducibilmente singolare.
Per questo Stein è un autore così prezioso oggi: ricorda che la psicoanalisi non vive nelle scuole, ma nell’incontro tra due soggetti e nel lavoro dell’inconscio che questo incontro rende possibile.
Nel 2001, nominato presidente onorario della società Médecine et Psychanalyse, egli mette in pratica un metodo originale di lavoro in gruppo: insiste affinché si prenda come punto di partenza di un’esposizione il momento di una seduta che abbia creato un effetto di sorpresa per il terapeuta. A ciascuno, a turno nel gruppo, propone di associare liberamente e di riflettere sulle rappresentazioni che questo frammento di racconto non manca di suscitare. Così, né la storia né il paziente di cui si tratta devono essere presi come oggetto di studio o come obiettivo d’indagine, ma piuttosto come occasione per interrogarsi sulle identificazioni che circolano tra i partecipanti. Quando il gruppo è strutturato secondo l’etica dell’inconscio, il silenzio diventa elemento attivo. Non si discute per correggere o commentare. Si lascia lavorare ciò che emerge nel dire di uno, affinché risuoni nell’inconscio degli altri. Il gruppo così configurato non produce tecnica, produce una posizione. Insegna a ciascun partecipante a sostenere un vuoto, a non precipitarsi verso spiegazioni, a lasciarsi toccare da ciò che non è ancora chiaro. È questo lavoro silenzioso, condiviso e rigoroso, che l’atto analitico trasmette meglio di qualunque insegnamento esplicito.
È questo il punto a cui noi di OfficinaMentis vogliamo giungere nella nostra pratica, sia di supervisione sia nel lavoro quotidiano: depurare l’atto analitico e renderlo meno schiacciato dalle tecniche che abbiamo appreso in passato nei nostri percorsi formativi.
Abbiamo conosciuto e ascoltato Conrad Stein negli ultimi otto anni della sua vita, e attraverso Roland Gori abbiamo potuto fare un’esperienza diretta e viva dei gruppi di supervisione, partecipando ai lavori in Francia e invitando più volte Gori a Bologna nel corso degli anni. In questo percorso si è aperta per noi una trasmissione singolare, non solo teorica ma eminentemente clinica, in cui la parola e l’ascolto prendevano forma in un dispositivo radicalmente altro.
Io stessa ho vissuto uno stordimento e un’esperienza travolgente di fronte a questa modalità di lavoro con l’inconscio, profondamente diversa da ciò a cui ero stata formata e abituata nelle supervisioni di taglio pedagogico della psicoanalisi italiana e svizzero-tedesca. Lo stordimento non era effetto di una rottura spettacolare, ma il segno di un dislocamento: un modo di interrogare il materiale clinico che sospendeva l’interpretazione già pronta e ci costringeva a sostare nell’opacità, nel rischio e nell’incertezza del lavoro analitico.
In questo senso il rapporto tra Stein e Gori ci è apparso come una relazione esemplare di maestro e allievo, fondata non su una trasmissione dottrinaria, ma su una fedeltà al gesto analitico. Gori ha saputo raccogliere e trasmettere l’eredità di Stein senza irrigidirla, mantenendo vivo quel movimento di pensiero che rifiuta l’insegnamento come addestramento e fa della supervisione un luogo di esperienza, di esposizione soggettiva e di lavoro sull’inconscio del clinico stesso. Come Conrad Stein sapeva far pensare diversamente i suoi interlocutori e ha saputo trasmettere il piacere di leggere Freud e di conservare un rigore di pensiero senza alleanze con una corrente o una teoria, cosi Gori continua in modo originale il legame “di trasmissione” (ben diverso da quello di appartenenza istituzionale). Questa esperienza emerge con chiarezza nelle parole di Roland Gori quando dice di aver trovato in Stein qualcuno che gli ha insegnato come lavorare mantenendo un dispositivo autenticamente analitico e descrive l’incontro con Stein come “bouleversant” (sconvolgente).
Conrad Stein muore a Parigi nel 2017.
Note
(1) PCB, nella scuola francese, indica qualcosa di molto preciso — e spesso poco noto fuori dalla Francia. Riguarda il curriculum scientifico della scuola secondaria; significa Physique – Chimie – Biologie ed è il blocco delle tre materie scientifiche fondamentali (fisica, chimica, biologia), che venivano insegnate insieme come area unificata nella scuola media e talvolta anche nei primi anni delle superiori.
(2) La Maison Blanche era un grande ospedale psichiatrico situato a Neuilly-sur-Marne, nella regione parigina (dipartimento della Seine-Saint-Denis). È stato per decenni uno dei principali poli psichiatrici dell’Assistance Publique – Hôpitaux de Paris (AP-HP).
Scritti di Conrad Stein:
“L’enfant imaginaire”, Denoël, coll. L’Espace analytique – prima edizione anni 1960, Ed it. “L’immaginario: strutture Psicoanalitiche”, Feltrinelli 1971.
“Sur L’écriture de Freud. Fragment d’un commentare de L’interprétation des réves”, in Études Freudiennes N° 7-8 aprile 1973.
“La Mort d’Œdipe. La psychanalyse et sa pratique”, Gonthier / Denoël, 1977.
“Aussi, Je vous aime bien. Lettres”, Denoël, 1978.
“Le nourisson savant selon Ferenczi, ou la haine et le savoir dans la situation analytque”, in Études Freudiennes N°17-18 Ottobre 1981.
“D’un amour qui ferait obstacle à l’amour”, in Études Freudiennes N°19-20 Maggio 1982.
“Le ‘détour’ de Serge Leclaire”, in Études Freudiennes N°25 Aprile 1985.
“Les Érinyes d’une mère : Essai sur la haine”, Quimper: Calligrammes, 1987.
“De la seduction à la névrose de transfert, ou la liberté obligée“, in Études Freudiennes N°27 Marzo 1986.
“En quel lieu, dans quel cadre, à quelles fins, parler de ses patients?”, in Études Freudiennes N°31 maggio 1989 (trad. it. https://www.officinamentis.com/gruppi-di-supervisione/conrad-stein-parlare-dei-pazienti).
“La traversée du tragique en psychanalyse”, in Études Freudiennes N°35 Maggio 1994.








