(Ri)accendiamo il Classico

Supplici di Eschilo. L’esilio e l’ospitalità

Sabato 29 novembre 2025
Aula Prodi Università di Bologna Dipartimento di Storia Culture Civiltà Piazza San Giovanni in Monte, 2 Bologna

Accade talvolta di incontrare testi antichi in cui stranamente riecheggiano inquietudini del presente. Così ci è parso di queste Supplici, dove si narra di straniere che fuggono la brutalità e il dispotismo di chi le vuole mogli senza consenso. Lasciano il delta del Nilo, affrontano un pericoloso viaggio, attraversano il Mediterraneo, raggiungono le coste greche, chiedono ospitalità. Il re sottopone la loro domanda al popolo, che ne vota all’unanimità l’accoglienza, malgrado la certezza della guerra con gli Egizi che verranno a reclamarle.

Straniere, le figlie di Danao, dall’apparenza barbara, l’accento insolito, la pelle brunita dal sole … eppure dicono di avere lo stesso sangue dei Greci, implorano lo stesso Zeus, pretendono la stessa giustizia divina.

Così moderna, quest’opera vecchia di più di duemila anni, che per la settima edizione di (Ri)accendiamo il classico abbiamo voluto incontrarla perché parlasse alla nostra sensibilità contemporanea, corrosa da angosce identitarie, tormentata dai demoni della paura che impediscono di pensare l’altro, di pensarsi con l’altro, di pensarsi altro. 

La sua modernità non è sfuggita agli artisti di oggi. Nel 2015, nella spettacolare cornice del Teatro Greco di Siracusa, Moni Ovadia rese centrale proprio il tema dell’accoglienza e trasformò queste Supplici in una meravigliosa “cantata” che, ospitando l’alterità dei linguaggi e delle lingue, intreccia in musica greco moderno e lingua siciliana. 

Leggiamo in Frères migrants, di Patrick Chamoiseau:

“L'accoglienza è un riflesso, un gesto immediato, quasi una competenza della sensibilità umana che sorge sotto l'impatto dell'ignoto, dell'imprevedibile, una distorsione improvvisa che rovescia lo spirito, oltrepassa la paura e mobilita sorgenti e risorse benevole. Nell'accoglienza ci si raccoglie, poi si va al di là: ci si prende cura, ci si mescola l'uno con l'altro, ci si avvolge in uno spazio condiviso. Quando l'accoglienza viene anticipata, rimuginata, costruita, organizzata, diventa ospitalità, una cultura consolidata della vita che vuole rimanere viva nella piena e alta consapevolezza dell'Altro. Se la “buona coscienza” può essere stupida e beata, la coscienza alta si muove sempre tra paura e fiducia, tra tatto e audacia, trema nel senso inteso da Glissant. Quando il germoglio dell'accoglienza arriva a sbocciare nell'ospitalità, la coscienza alta è lì, come una primavera o come quella stagione in cui la pioggia è regale e feconda”.

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