Iran: una testimonianza da Teheran

28 febbraio 2026

Questa testimonianza è stata pubblicata su Le grand Continent il 21 febbraio 2026.

La traduciamo integralmente.

Qualche tempo fa, un iraniano che non conosco ha scritto su X che, verso la fine di dicembre Teheran si sarebbe sollevata e verso la fine di febbraio quelli – intendendo il regime – sarebbero finiti [1].

Gli eredi di questa nazione, i cui re un tempo leggevano la loro sorte e la loro fortuna nelle stelle, hanno commentato l’autore del post, alcuni con battute, altri con insulti  prima di lasciare la pagina.

Leggendolo, mi sono ricordata che, qualche mese prima della rivolta per Mahsa Jìna Amini, uno sconosciuto aveva scritto che in agosto-settembre 2022 tutto sarebbe entrato in fermento e che il regime sarebbe crollato prima del mese di febbraio. Per ora, certo, solo la metà della sua previsione si è avverata.

Non ho mai saputo chi fosse l'autore di quest'altro post. Che questi indovini facciano parte del sistema o siano cartomanti colpiti da un'improvvisa illuminazione mistico-politica, poco importa. Quel che è certo è che non vengono mai presi sul serio.

Ma noi, all’inizio, non abbiamo preso sul serio le proteste dei commercianti del bazar di Teheran.

Il bazar dà il polso del potere


Ci rendevamo conto che, nell'altalena dell'economia, il corso del dollaro non faceva che aumentare, trascinando le nostre vite verso il precipizio, ma non potevamo immaginare che le voci di protesta avrebbero resistito più di qualche giorno alla repressione e al soffocamento a colpi di manganello.

Ancor meno prevedevamo che sarebbero durate.

Se leggete i diari di viaggio dei francesi o degli inglesi di duecento anni fa, vedrete che il bazar e la cittadella del re – o i bastioni del potere – vi appaiono sempre descritti uno accanto all'altro nel cuore delle città. Queste ultime sono costruite attorno a questi due pilastri.

Tuttavia, nel corso della nostra storia, il legame tra il bazar e la gente comune si è spezzato.

Durante la rivoluzione del 1979, sono stati i commercianti del bazar che, con il loro sostegno finanziario fornito per diversi anni, hanno sponsorizzato Rouhollah Khomeini, i mullah e i terroristi religiosi. Durante tutte le manifestazioni che hanno fatto seguito alla rivoluzione, anche durante la rivolta per Mahsa Jina Amini, non si sono schierati una sola volta dalla parte dei manifestanti.

Tutti gli strati sociali, tutte le classi, tutte le fazioni che non avevano alcun legame con il regime si sono uniti a questa rivolta.

Eravamo perfettamente consapevoli del potere che avrebbero avuto se si fossero uniti ai manifestanti: il bazar dà il polso del potere. La gente aveva più volte teso loro la mano, al culmine del movimento verde nel 2009 [2], durante le manifestazioni del novembre 2019, durante il movimento Femme, vie, liberté (Donna, vita, libertà).

Questi appelli si erano sempre scontrati col silenzio della gente del bazar.

Pensavamo tutti che questi commercianti si trovassero allora in una posizione economica confortevole. E in effetti non era del tutto falso. Molti di loro hanno fatto parte del sistema fin dall'inizio della rivoluzione o vi hanno fatto entrare i propri figli. La strada del popolo – cioè noi – si era da tempo separata dalla loro. Fu per questo che nel dicembre 2025 la gente ordinaria ha pensato inizialmente che i commercianti del bazar si fossero messi a manifestare perché il loro sostentamento era minacciato, e che avrebbero riaperto i negozi in cambio di vantaggi finanziari o, nel peggiore dei casi, dopo aver ricevuto qualche schiaffo dal potere.

In queste condizioni, non avevamo alcun interesse a sostenerli.

Ma sono passati alcuni giorni e queste proteste si sono propagate come un incendio in altre città.

Cominciavamo a capire che il potere aveva perso uno dei suoi più importanti punti di appoggio: sull’orlo del precipizio economico, lo aveva gettato via come un fardello inutile.

È stato allora che tutti gli strati sociali, tutte le classi, tutte le fazioni che non avevano alcun legame con il regime si sono uniti alla rivolta. Ed è allora che si sono prodotti diversi eventi importanti.

Quale futuro vuole Reza Pahlavi?


Cammino per strada, a fianco dei manifestanti, con lo stesso abbigliamento del 2022: mascherina, berretto, diversi strati di vestiti, scarpe leggere, niente cellulare. Nel momento in cui i guardiani della rivoluzione attaccano e qualcuno lancia una Molotov, ci mettiamo a correre e fuggiamo tutti nelle strade adiacenti.

Sono immagini familiari delle manifestazioni.

Là dove, alcuni anni fa, la targa di una donna che suonava il clacson in segno di protesta era stata strappata prima che lei stessa fosse portata via dai bassidjis [3], le persone hanno acceso un grande fuoco attorno al quale hanno danzato tenendosi per mano. Molti gridavano “Lunga vita allo scià” nelle stesse strade dove, quarantotto anni prima, la gente gridava “Morte allo scià.”

È uno scherzo o una lezione di storia? Alcuni iraniani desiderano il ritorno del figlio di colui che hanno voluto allontanare qualche decennio prima.

Molti scandiscono “Pahlavi tornerà”. Altri rispondono “Donna, vita, libertà”. Forse da un punto di vista esterno, tutto questo va di pari passo: in realtà, da un certo momento si è verificata una scissione.

Da qualche anno ho visto emergere una forma di divisione sui social. Dopo la rivolta per Mahsa Jina Amini gli oppositori iraniani appaiono divisi in due grandi gruppi: i sostenitori di Reza Shah, figlio dell'ultimo re dell'Iran, a cui ora viene dato il titolo di scià, e i suoi oppositori. Ci sono altre polarizzazioni nella società: i sostenitori della Palestina, quelli di Israele; i sostenitori di ciò che resta dei riformatori iraniani, i loro oppositori. Ma tutto questo è coperto dal grande ombrello della posizione di schieramento a favore o contro Reza Pahlavi.

Questa frattura rischia non solo di dividere, ma anche di uniformare un movimento collettivo.

Oggi, tutti i monarchici pensano che gli altri contestatori dovrebbero, per ragioni di unità e per favorire la corrente monarchica, abbandonare le loro critiche nei confronti del regime monarchico o dello stesso Reza Pahlavi e della sua cerchia. Ma questo invito al silenzio – o, diciamo, a una conciliante tolleranza – non è forse simile all'invito alla pazienza che nel 1979 i sostenitori di Khomeini rivolgevano agli altri gruppi di opposizione?

Sono gli stessi di allora, quando erano convinti che la presa del potere da parte di Khomeini fosse solo una transizione verso la grande democrazia di una nazione che, peraltro, aveva un'idea vaga di democrazia. Altrimenti, gli oppositori del regime non si sarebbero alleati con il movimento religioso, o con i combattenti terroristi o con gli islamo-marxisti. La storia ha mostrato che con la presa del potere da parte di Khomeini e, in seguito, dei suoi sostenitori, tutti gli altri partiti sono stati messi da parte e che questo ponte provvisorio è ancora in piedi.

Oggi, tuttavia, poiché non esiste un'altra opposizione legittima agli occhi della popolazione, alcuni vedono la salvezza in un'unione provvisoria con i monarchici.

Dal loro punto di vista, tra tutti gli altri movimenti di opposizione – con sostegni finanziari ignoti – la dinastia reale ha almeno il merito di essere familiare. Gli oppositori dei monarchici sollevano domande pertinenti. Innanzitutto, come è possibile, dopo tutti questi anni di dittatura e credendo nella democrazia, dare a qualcuno il titolo di re? E come si può, dopo il movimento progressista Donna, vita, libertà, accordare di nuovo legittimità a un sistema che si inscrive nella continuità del patriarcato? Qual è il programma di Reza Pahlavi per il futuro dell'Iran? Quali misure intende adottare - come afferma, senza mai specificarle - per la fase di transizione? Quali sono state le sue azioni negli ultimi anni, in particolare durante il movimento Donna, vita, libertà, per fornire sostegno finanziario ai manifestanti all'interno del Paese? Perché non ha mai sostenuto coloro che sono stati costretti all'esilio dopo il movimento per Mahsa Jina Amini e che si trovano ancora in una situazione deplorevole in paesi stranieri, senza lavoro fisso, senza possibilità di tornare in Iran?

Reza Pahlavi ha rimosso dalla sua biografia sui social, senza alcuna spiegazione, lo slogan progressista “Donna, vita, libertà” - un movimento di cui tuttavia tempo fa si era presentato come difensore.

La mia intenzione qui è di insistere su questioni che restano ancora senza risposta e che, secondo i monarchici, non è opportuno porre in questo momento. Se c'è un nemico della cultura iraniana, è proprio l'opportunismo.

Ciò nonostante, quando Reza Pahlavi per due sere consecutive (il 7 e l'8 gennaio) ha chiamato le persone a scendere in strada, molti hanno annunciato sui social che, malgrado le loro posizioni e le loro critiche nei confronti del monarchismo, avrebbero partecipato a queste marce di protesta, perché la libertà non ammette compromessi.

Il lampo di fuoco della libertà


Ciò che inequivocabilmente appare è che mai, negli ultimi anni, tante persone, con tutte le loro differenze di opinione, di cultura, di appartenenza sociale, sono scese insieme in strada.

Perché è sempre lo splendore del fuoco della libertà che attira.

Ho sentito mia madre dire: “Ah, se solo tuo nonno (che aveva aspettato questo momento per tutta la vita) fosse vivo e potesse vederlo”. Poi ha mormorato con rammarico: “Ci sono così tante persone che non sono più qui per vederlo”. Pensava a tutte le persone uccise negli ultimi anni.

*

Scrivo questo il giorno dopo le manifestazioni.

Ho ricevuto la mail che mi invitava a scrivere questo testo mentre ero per strada, appena pochi minuti prima che iniziasse questo strano vuoto.

Internet è fuori uso da ieri sera.

Non so nemmeno come invierò questo testo, né se potrò mai inviarlo.

*

Sono passati tre giorni. Internet è ancora fuori uso.

La sera, al momento delle manifestazioni, funzionano solo i telefoni fissi.

Il numero di persone uccise è immenso. Si parla di una cifra folle: dodicimila.

Ma è impossibile avere statistiche affidabili.

Stamattina sono uscita per vedere la città alla luce del giorno. Molti cassonetti sono stati bruciati. Alcune banche hanno installato delle grate dietro le vetrine per impedire ai manifestanti di entrare. Gli edifici istituzionali hanno sostituito le vetrate con lastre di metallo, somigliano a cavalieri in armatura.

La città ha un aspetto estremamente bizzarro.

All'improvviso, in mezzo alla strada, nella luce pallida di mezzogiorno, sono stata presa dall'angoscia. Un uccello cantava e la gente andava e veniva. Ho pensato che eravamo tagliati fuori dal mondo e che la vita continuava. Senza che nessuno, al di là delle frontiere, avesse notizie di noi.

È molto probabile che la distruzione delle case e delle moschee sia stata opera delle forze dei bassidjis che cercavano di esaltare i pochi sostenitori del regime contro i manifestanti. E di invitarli a partecipare alle manifestazioni pro-regime.

*

Internet è interrotto ormai da una settimana.

Tutti sono sbalorditi e in attesa. È come essere sospesi nell'aria. Finiti gli slogan lanciati di notte. Finite le marce.

Finite, forse, gran parte delle nostre speranze.

Ieri sono stati aperti i normali servizi di messaggistica. Oggi, per un attimo, è stato ripristinato l'accesso a WhatsApp, prima di interromperlo di nuovo. Sono arrivati alcuni messaggi di amici e i miei sono partiti come bottiglie nel mare.

E ancora una volta siamo isolati dal mondo.

*

Per recuperare i corpi dei figli, le famiglie devono recarsi in capannoni il cui suolo è disseminato di sacchi contenenti cadaveri. Non ci sono nomi sui sacchi. Ognuno deve aprirli uno per uno per trovare il volto dei propri cari.

Ecco il fuoco ardente degli iraniani.

A poco a poco, l'accesso a Internet torna possibile con una VPN.

Léon Chestov un giorno ha detto: “Nessuna scienza, nessuna arte può dare ciò che dà l'oscurità” [4] Forse ha ragione. Perché brucia un tale fuoco, un fuoco immenso, in questa oscurità, l'oscurità dei nostri tempi.

*

Oggi abbiamo avuto accesso alle nostre caselle di posta elettronica. Ho aspettato venti giorni dietro le porte del mondo libero per inviare questo testo.

Sui fogli accanto a me, ho annotato questo a mo’ di conclusione:

Nessuno sa se questo movimento otterrà ciò che vuole, ma forse un certo numero, un numero non trascurabile di persone, desidererà che la profezia di questo sconosciuto su Twitter si avveri, come quelle degli astrologi iraniani. Quanto a me, spero che accada ciò che deve accadere: quel grande desiderio dell'Iran che si chiama Libertà.

Nila, Téhéran, gennaio-febbraio 2026

1. Nila è l'autrice di Dans les rues de Téhéran. La révolution iranienne vue de l’intérieure (Calmann-Lévy, 2023). Dalla capitale iraniana, scrive sotto pseudonimo. Questo testo è stato tradotto dal persiano (Iran) da Ambre Morier.

2. La rivoluzione verde indica il ciclo di mobilitazioni nato in Iran dopo le elezioni presidenziali del giugno 2009, quando la vittoria annunciata di Mahmoud Ahmadinejad è stata massicciamente contestata dai candidati riformisti e da una parte della società urbana. Strutturato intorno a rivendicazioni elettorali e civiche, il movimento è stato progressivamente neutralizzato da una repressione giudiziaria, poliziesca e digitale tra il 2009 e l'inizio degli anni 2010.

3. I bassidjis (o Basij) sono un'organizzazione paramilitare di volontari posta sotto l'autorità dei Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran. Creati dopo il 1979 per mobilitare la popolazione in nome della difesa del regime, svolgono sia un ruolo di sicurezza – in particolare durante le manifestazioni – sia un ruolo di controllo sociale e ideologico attraverso reti presenti nei quartieri, nelle università e nelle amministrazioni.

4. Traduciamo dall'originale russo di L'Apothéose du déracinement, YMCA-Press, Parigi, 1971, p. 125. Il testo è stato tradotto in persiano con il titolo Tutto è possibile (probabilmente sotto l'influenza della traduzione inglese All is possible). (Nota della traduttrice.)

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