Contro la tirannide: da "Stato d’assedio" di Albert Camus

Traduzione e cura di Angela Peduto. Brani tratti da L’état de siège, di Albert Camus
25 aprile 2026
Davide con la testa di Golia, Caravaggio (1601-02), ©Associazione dei Musei KHM

Lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe il giorno in cui, per sventure e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice. (da La peste, di Albert Camus)

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Per tutta la vita Camus ha agito e scritto contro la violenza, la sete di potere, il piacere dell’oppressione. Mai ha cessato di condannare l’ipocrisia e il nichilismo, da qualunque parte venissero e quali che fossero i costi sulla sua vita e la sua carriera. Ha combattuto contro la tendenza dell’uomo alla crudeltà, alla distruzione, alla dismisura. La sua disincantata lucidità non gli ha impedito di invocare ed evocare la potenza dell’amore: amore per la vita, per l’umano, per la verità, amore come legame d’amicizia e di solidarietà tra gli esseri viventi.

Un piccolo testo, Lo stato d’assedio, nato per il teatro, andrebbe riletto oggi, in questo tempo di nuovi assedi e di nuovi tiranni. 

Lo stato d’assedio è proclamato.

Cadice: una piccola città tranquilla e sonnecchiante, il cui Governatore desidera solo che non accada nulla. Ed ecco che da un qualche luogo ignoto giunge il tiranno: lo stato d’assedio è proclamato.

Il tiranno si chiama Peste e ciò che si racconta è la storia di un piccolo mondo che sprofonda nella dittatura: aiutata dalla segretaria (la Morte) e da sgherri reclutati sul posto (un funzionario servile, un nichilista convinto, un giudice corrotto), la Peste instaura il regno del terrore: sospese le libertà, imposti regolamenti oppressivi e assurdi, la vita in balìa dell’arbitrio assoluto. La rivolta accende tuttavia l’animo di un giovane uomo: Diego, l’eroe, non esiterà a sacrificare la propria vita per salvare quella dell’amata e della città. La Peste se ne andrà, sconfitta, ma solo temporaneamente e pronta a risorgere altrove. 

La pièce fu pubblicata e rappresentata per la prima volta nel 1948, con la regia di Jean-Louis Barrault. L’idea era nata nel 1941: Barrault, già celebre come attore e come regista, pensava a uno spettacolo sul tema della peste, ispirato ad Artaud. 

“Negli anni seguenti, scrive lo stesso Camus, gli parve più semplice adattare a questo scopo il gran libro di Daniel Defoe Il diario dell’anno della peste. Fece allora il canovaccio per una messa in scena. Quando seppe che stavo per pubblicare un romanzo sullo stesso tema, mi offerse di scrivere i dialoghi per quella trama. Io avevo altre idee e mi sembrava preferibile dimenticare Daniel Defoe e ritornare alla prima concezione di Barrault. Si trattava, insomma, di immaginare un mito comprensibile per tutti gli spettatori del 1948. Lo Stato d'assedio è l’illustrazione di questo tentativo che ho la debolezza di credere meriterebbe un certo interesse”. (Albert Camus, prefazione all’ed. Gallimard, 1948)

Lo spettacolo debuttò il 27 ottobre 1948 presso il Théâtre Marigny, con un cast d’eccezione: oltre allo stesso Barrault, figuravano Pierre Bertin, Madeleine Renaud, Maria Casarès e Pierre Brasseur. Le musiche erano affidate ad Arthur Honegger e le scenografie a Balthus. Come mimo nel ruolo di becchino si esibì il giovane Marcel Marceau

Fu un insuccesso totale: “Lo Stato d’assedio, al momento della sua prima rappresentazione a Parigi, ottenne senza sforzo l’unanimità della critica. Di certo, sono poche le opere teatrali che abbiano ricevuto una stroncatura così totale. Questo risultato è tanto più deplorevole in quanto non ho mai smesso di considerare che Lo Stato d’assedio, con tutti i suoi difetti, sia forse quella delle mie opere che più mi assomiglia [...] Il mio obiettivo dichiarato era di strappare il teatro alle speculazioni psicologiche e far risuonare sui nostri palcoscenici mormoranti le grandi grida che oggi piegano o liberano folle di uomini”.  (id., prefazione all’ed. americana 1958)

“Sia ben chiaro che, qualunque cosa sia stata detta, Lo Stato d’assedio non è in nessun modo un adattamento del mio romanzo La Peste. Non si tratta di una pièce di struttura tradizionale, ma di uno spettacolo creato con l'ambizione dichiarata di fondere tutte le forme di espressione drammatica, dal monologo lirico al teatro collettivo, attraverso la pantomima, il semplice dialogo, la farsa e il coro. È un’opera di collera e d’amore”. (A.C., 1948)

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(dall’introduzione di Roger Grenier a L’état de siège, in Albert Camus,  Œuvres, vol. 2, Paris, Club de l’honnête homme, 1983)

Da sempre, Jean-Louis Barrault era colpito da ciò che Antonin Artaud aveva scritto sul teatro e la peste: “Come la peste, il teatro è […] un formidabile richiamo di forze che, attraverso l’esempio, riconducono lo spirito alla sorgente dei suoi conflitti.” Pensò di adattare il Diario dell’anno della peste, di Daniel Defoe. Dopo la pubblicazione del romanzo di Camus, ebbe naturalmente l’idea di chiedergli uno spettacolo su questo tema, tanto più che aveva avuto per un periodo il progetto di realizzare Caligola. […] 

Lavorando in stretta collaborazione, Camus e Barrault crearono uno spettacolo totale, composto da variazioni sul tema delle peste, appellandosi a tutte le forme di espressione drammatica. Non fu in nulla un adattamento del romanzo, fu piuttosto un’auto sacramental alla maniera di Calderon. L’auto sacramental, nella Spagna del XVI e XVII secolo, era una composizione drammatica, allegorica, che si sviluppava in una giornata e si riferiva in genere alla Comunione. L’allegoria, elemento essenziale, consisteva nella presentazione di idee e di cose, astratte o concrete, incarnate da personaggi. Era ad esempio frequente veder apparire in scena figure come la Colpa, la Fede, l’Acqua … Il soggetto principale, il suo nucleo drammatico, era il mistero della Redenzione. Teatro teologico e religioso, prodotto della Contro Riforma, l’auto sacramental si dotava dei mezzi necessari per una grande efficacia drammatica. Chiamate dalle confraternite e dalle municipalità, le compagnie trasportavano da una città all’altra un dispositivo scenico composto da più carrette o da un carro a doppia piattaforma, che permettevano azioni simultanee. Così appariva L’état de siège, col suo personaggio che incarna la Peste, l’alternanza di passaggi lirici e di dialoghi satirici, la scena una e molteplice nello stesso tempo.

Il tema dell’opera è la rivolta. Il solo modo per vincere la Peste è non averne paura.

“Da quando ho memoria, dice il personaggio che incarna la segretaria della Peste, è sempre stato sufficiente che un uomo superasse la paura e si ribellasse per far cigolare la macchina. Non dico che si arresta, non è così. Ma cigola e talvolta finisce per bloccarsi.”

Ancor più del romanzo, in modo, si potrebbe dire, più brutale, il dramma appare come una denuncia del sistema totalitario. La “macchina” di cui parla la segretaria, è la burocrazia, la dittatura, l’assurdo, il terrore.

[…]

Lungo tutta l’opera una parola insiste: la logica.

Rispetto a Diego, l’eroe positivo che vince la Peste, un buffone, dal nome eloquente di Nada (Niente), rappresenta la negazione assoluta. Sembra illustrare l’affermazione di Antonin Artaud: “Nessuno può dire perché la peste colpisca il codardo che fugge e risparmi il perverso che si soddisfa sui cadaveri.” Il vecchio ordine, che si ristabilisce dopo la sparizione del flagello, lo disgusta, come le commemorazioni e le decorazioni. Dopo aver vissuto nell’abiezione, sceglie il suicidio. Le sue ultime parole sono: “Addio, brava gente; imparerete un giorno che non si può vivere bene sapendo che l’uomo è niente e che la faccia di Dio è spaventosa.”

[…]

Il debutto avvenne il 27 ottobre 1948, al teatro Marigny. Fu un insuccesso tanto più clamoroso in quanto ci si attendeva molto dall’incontro di un regista e di un autore entrambi famosi, in un’impresa nella quale figuravano altri grandi nomi: Honegger per la musica, Balthus per le scene e i costumi. La stampa fu unanime nel condannare L’état de siège.

La peste era ambientata a Oran, L’état de siège a Cadice. La scelta della Spagna fu rimproverata a Camus da Gabriel Marcel. Il filosofo cristiano pensava che, poiché l’opera denunciava il totalitarismo, non fosse coraggioso né onesto collocare l’azione in Spagna. Secondo lui, i paesi dell’Est sarebbero stati più adatti. Camus si indignò; la sua risposta si può trovare in Actuelles I. Camus ricorda che non ha mai mancato di denunciare i campi di concentramento sovietici, ma che troppo facilmente si dimenticano la Spagna di Franco e la Francia, che ha consegnato a Franco dei repubblicani perché vengano fucilati.

Gabriel Marcel si stupì anche che l’autore de L’état de siège avesse assegnato un ruolo odioso alla Chiesa, mentre non era stato così ne La Peste per padre Paneloux. La risposta fu che i vescovi spagnoli benedicevano i fucili dei giustizieri, mentre c’erano stati cristiani, in Francia, durante l’Occupazione, che si erano battuti per la giusta causa. 

Questa polemica mostra fino a che punto la sensibilità di Camus è reattiva quando si tratta della Spagna. Senza dubbio a causa delle sue origini, dal lato materno, e anche perché appartiene alla generazione che diventava adulta mentre scoppiava la guerra civile spagnola.  “Per la prima volta gli uomini della mia età incontravano l’ingiustizia che trionfava nella storia.” La risposta a Gabriel Marcel contiene questo bell’omaggio: “ … potrei dirvi anche che nessun uomo sensibile avrebbe dovuto stupirsi che, dovendo far parlare il popolo della carne e della fierezza per opporlo alla vergogna e alle ombre della dittatura, io abbia scelto il popolo spagnolo.” Del resto all’epoca il suo sostegno ai repubblicani spagnoli lo occupa più che mai. Dai tempi lontani della Révolte dans les Asturies il pensiero della Spagna non l’ha mai abbandonato. Lo testimoniano molti articoli di Combat. E anche la partecipazione, nel 1946, ad una iniziativa di Georges Bataille che compone un’opera collettiva, L’Espagne libre, di cui Camus scrive la prefazione. Nel 1951-52 prende la parola in numerosi incontri. Lo si trova anche accanto a Breton e Sartre, il che, da lì a poco, non accadrà più perché si avvicina l’ora delle grandi contese. Dà anche dei testi a Solidaridad Obrera, giornale della C.N.T., il sindacato anarchico che sopravvive in esilio.

Camus non rinnegò L’état de siège, nonostante l’insuccesso. Più volte ha parlato di modifiche, e soprattutto di allestirla all’aperto, sognando di farlo ad Atene. Potremmo lasciare le parole di chiusura a Jean-Louis Barrault, che scrive: “… anche i nostri fallimenti hanno un senso perché corrispondono, nel genere sfortunato, a una visione ideale che abbiamo del teatro. È così che, tra le opere che abbiamo portato in scena, conservo una certa predilezione, senza amarezza, né ostinazione, né sfida, per due fiaschi: L’état de siège di Camus e Lazare, di Andé Obey.”

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La tirannide.

Il potere della Peste è fatto di leggi assurde, contrarie alla morale, fatte per spezzare i legami tra le persone, per generare morte e disordine. Non vanno comprese, ad esse semplicemente si obbedisce; ogni opposizione è brutalmente punita.

Sventura! sventura! Siamo soli, noi e la Peste. L'ultima porta si è chiusa! Non sentiamo più nulla! il mare è ormai troppo lontano. Ora siamo nel dolore e giriamo in tondo in questa città stretta, senza alberi e senz'acque, sbarrata da alte porte lisce, coronata di folle urlanti, Cadice, come un’arena nera e rossa, dove si compiranno gli assassini rituali. Fratelli, questa angoscia è più grande della nostra colpa; non abbiamo meritato questa prigione! Non era innocente il nostro cuore, ma amavamo il mondo e le sue estati: questo avrebbe dovuto salvarci! I venti sono fermi e il cielo è vuoto! Per molto tempo taceremo. Ma prima che le nostre bocche si chiudano sotto il bavaglio del terrore, per l'ultima volta grideremo nel deserto! 

Alla fine della prima parte la Peste prende la parola ed enuncia il suo progetto di governo.

Columbina, ad vivum delineavit. Paulus Fürst Excud〈i〉t., Public domain, via Wikimedia Commons

Io, io regno: è un fatto, ed è dunque un diritto. Ma un diritto che non si discute: dovete adattarvi. 

Del resto, non fatevi illusioni: se io regno è a modo mio e sarebbe più esatto dire che "funziono". Voi spagnoli siete un po' romantici e vi piacerebbe vedermi sotto l’aspetto di un re nero o di un sontuoso insetto. Si sa: avete bisogno di patetico. Ebbene, no. Non ho bisogno di scettro, io, e ho preso l'aspetto di un sottufficiale. È il mio modo di tormentarvi, perché è bene che siate tormentati: avete tutto da imparare. Il vostro re ha le unghie sporche e l'uniforme stretta. Non troneggia, siede. Il suo palazzo è una caserma, il suo padiglione da caccia un tribunale. 

Lo stato d'assedio è proclamato.

Per questo, prendete nota, quando arrivo io il patetico se ne va. È proibito, il patetico, e così le altre bagattelle come la ridicola angoscia della felicità, la faccia stupida degli innamorati, la contemplazione egoista dei paesaggi e la colpevole ironia. Al posto di tutto questo io porto l'organizzazione. In principio sarà un po' scomodo per voi, ma finirete per capire che una buona organizzazione vale meglio di un cattivo patetico. E per illustrare questo bel pensiero comincerò col separare gli uomini dalle donne: questo avrà forza di legge. Le vostre smancerie hanno fatto il loro tempo. Ora dovremo essere seri!

A partire da oggi imparerete a morire nell'ordine. Fino ad ora morivate alla spagnola, un po' a caso, senza criterio, per così dire. Morivate perché faceva freddo dopo aver fatto caldo, perché i vostri muli inciampavano, perché la catena dei Pirenei era blu, perché in primavera il Guadalquivir attirava i solitari, oppure perché ci sono imbecilli che parlano a vanvera e ammazzano per il profitto o per l’onore, mentre è tanto più distinto ammazzare per i piaceri della logica. Sì, morivate male. Un morto qua, un morto là, questo nel suo letto, quello nell'arena: era libertinaggio! Ma per fortuna questo disordine sarà amministrato. Una morte unica per tutti e secondo il bell'ordine di un elenco. Avrete la vostra scheda, nessuno morirà più a capriccio. Il destino è addomesticato, ha aperto i suoi uffici. Sarete tutti nella statistica e servirete finalmente a qualche cosa. Perché, dimenticavo di dirvelo, morirete, beninteso, ma sarete inceneriti, dopo o anche prima; è più pulito e rientra nel piano. Mettersi nei ranghi per morire bene, ecco l'essenziale! A questa condizione avrete il mio favore. Ma attenti alle idee irragionevoli, ai furori dell'anima, come dite voi, alle febbriciattole che suscitano le grandi rivolte. Ho soppresso queste piccole cortesie e ad esse ho sostituito la logica. Ho orrore della diversità e dell’irrazionale. A partire da oggi, quindi, sarete ragionevoli, cioè avrete il vostro distintivo. Marcati all'inguine, porterete sotto l'ascella la stella del bubbone che vi designerà come vittime. Gli altri, quelli che, persuasi di essere fuori causa, fanno coda alle arene della domenica, si allontaneranno da voi che siete sospetti. Ma non vi amareggiate: tutto questo riguarda anche loro. Sono sulla lista, non dimentico nessuno. Tutti sospetti, è il buon inizio. 

In fondo, tutto questo non impedisce il sentimento. Io amo gli uccelli, le prime violette, la bocca fresca delle fanciulle. Ogni tanto è un soffio di freschezza: ed è pur vero che sono un idealista. Il mio cuore... Ma sento che sto per intenerirmi e non voglio insistere. Riassumiamo: vi porto il silenzio, l'ordine e la giustizia assoluta. Non vi chiedo di ringraziarmi: ciò che faccio per voi è naturale. Ma esigo la vostra collaborazione attiva. Il mio ministero è cominciato.

Il nuovo potere installato a Cadice crea il proprio sistema politico, sociale, amministrativo, il cui scopo è servire la volontà della Peste e creare una sorta di non-società, sprovvista di ogni carattere umano, dominata dalla paura. Senza libertà e senza diritti, la vita si trasforma in un incubo. Ogni individuo deve chiedere un certificato di esistenza per avere il diritto di vivere, ma il certificato è solo provvisorio. Alcuni sono deportati, altri uccisi sul posto, tutti sono potenzialmente nemici del Tiranno. E, come in tutti i sistemi totalitari, che non hanno nulla di buono da offrire nel presente, la promessa di felicità è rinviata al futuro: occorre accettare l’assurdo, la violenza, la schiavitù, perché seguirà un futuro trionfante e radioso.

L’onnipotenza del Tiranno cresce e si consolida grazie al terrore e alla rassegnazione dei cittadini. Ma un giovane uomo comprende. Diego si ribella, annuncia che c’è nell’uomo una forza invincibile: la sua rivolta, granello di sabbia che inceppa la macchina infernale della tirannide. È l’eroe camusiano che resiste all’oppressione, che lotta contro il silenzio e la morte, che non si rassegna all’ingiustizia, che ama la libertà per sé e per gli altri.

“Mi rivolto, dunque siamo": è la celebre frase di Camus. La ribellione come gesto individuale si avvia a partire da un’indignazione, dal prendere coscienza del male, ma apre a un momento collettivo, comunitario. La ribellione coinvolge sé stessi e contemporaneamente gli altri, è atto di solidarietà.

Diego rifiuterà la vita che gli viene offerta dalla Peste e che gli permetterebbe, accanto alla donna amata, une felicità egoistica. Non può acconsentire ad abbandonare alla loro sorte quelli che soffrono: morirà, ma contento di aver fatto ciò che doveva e di aver risposto all’appello degli altri.

L'ho capito il vostro sistema. Avete dato loro il tormento della fame e delle separazioni per distrarli dalla rivolta. Li sfinite, divorate loro il tempo e le forze perché non abbiano né il piacere né lo slancio del furore! Avanzano a fatica, siate contenti! Sono in massa eppure soli, come lo sono io. Ognuno di noi è solo per la viltà degli altri. Ma io, che sono asservito come loro, umiliato con loro, vi dico che non siete niente, e che la vostra potenza, dispiegata a perdita d’occhio, fino a oscurare il cielo, è solo un'ombra gettata sulla terra, che un vento furioso spazzerà in un attimo. Avete creduto che tutto si potesse mettere in cifre e in formule! Ma nella vostra bella nomenclatura avete dimenticato la rosa canina, i segni del cielo, i volti dell'estate, l'alta voce del mare, gli istanti di strazio e la collera degli uomini! 

Non ridete. Non ridete, imbecille. Vi dico che siete perduti. Con tutte le vostre vittorie, siete già vinti, perché c'è nell'uomo - guardatemi - una forza che non distruggerete, una lucida pazzia, fatta di paura e di coraggio, ignorante e vittoriosa in eterno. Questa forza si solleverà e saprete, allora, che la vostra gloria era fumo.

La sua rivolta diventa la forza che trascina un intero popolo. “Dov’è la Spagna? Dov’è Cadice? Perché restate muti?” Il suo grido disperato reca il messaggio di lotta. Occorre alzarsi, sfidare la rassegnazione, vincere la paura. 

Cancellate le stelle! 

Aprite le finestre! 

Aria! Aria! riunite i malati! 

Non abbiate paura: è la condizione. In piedi tutti quelli che si reggono. Perché indietreggiate? Rialzate la fronte, è l'ora della fierezza! Gettate il bavaglio e gridate con me che non avete più paura. O santa rivolta, vivente opposizione, onore del popolo, da' a questi imbavagliati la forza del tuo grido!

[…]

La disperazione è un bavaglio. È il tuono della speranza, la folgorazione della felicità che lacerano il silenzio di questa città assediata. In piedi, vi dico! Se volete conservare il pane e la speranza, distruggete i vostri certificati, spaccate i vetri degli uffici, disertate le file della paura, gridate la libertà ai quattro angoli del cielo! 

Portata dal vento della rivolta la città si sveglia e riprende vita: 

Fratelli, gettiamo questi bavagli. Ecco la prima pioggia sulla terra arida, nei crepacci della calura. Ecco l'autunno che rinverdisce tutto, il vento fresco del mare. La speranza ci solleva come un'onda. 

[…]

Il laccio si scioglie, il cielo si distende e si apre. Ecco che torna il gorgoglio delle sorgenti, che il sole nero della Peste aveva disseccato. L'estate se ne va. Non avremo più l'uva dei pergolati, né i meloni, le fave verdi e l'insalata cruda. Ma l'acqua della speranza intenerisce il duro suolo e ci promette il rifugio dell'inverno, le castagne arrostite, il primo mais dai semi ancora verdi, la noce dal gusto di sapone, il latte davanti al fuoco... 

Le parole della Peste sono spietate:

Silenzio! Io sono colui che inacidisce il vino e dissecca i frutti. Uccido il tralcio se vuole dare grappoli, lo rinverdisco se deve nutrire il fuoco. Ho orrore delle vostre semplici gioie. Ho orrore di questo paese dove si pretende di essere liberi senza essere ricchi. Ho le prigioni, i carnefici, la forza, il sangue! La città sarà rasa al suolo e, sulle sue rovine, la storia agonizzerà nel bel silenzio delle società perfette. Silenzio, dunque, o anniento tutto! 

Ad esse rispondono il grido di liberazione del popolo e l’ebbrezza della vita:

L'estate finisce in vittoria. Accade dunque che l'uomo trionfi! E la vittoria, allora, ha il corpo delle nostre donne sotto la pioggia dell'amore. Ecco la carne felice, calda e lucente, grappolo di settembre sul quale il calabrone ronza. Sull'aia del ventre si abbattono le messi della vigna. Le vendemmie fiammeggiano sopra i seni ebbri. O amore mio, il desiderio scoppia come un frutto maturo, sgorga la gloria dei corpi. Da tutti gli angoli del cielo mani misteriose tendono fiori e un vino ambrato scorre da inesauribili fontane. Sono le feste della vittoria, andiamo a cercare le nostre donne!

La morte indietreggia e con essa la schiavitù; la Peste è vinta ma non bisogna illudersi: tornerà: la vittoria non è mai definitiva.

Sì, me ne vado ma non cantate vittoria, sono contento di me. Anche qui abbiamo lavorato bene. Mi piace che si faccia tanto rumore intorno al mio nome e ora so che non mi dimenticherete. Guardatemi! Guardate un'ultima volta la sola potenza del mondo! 

Riconoscete il vostro vero sovrano e imparate la paura. (Ride.) Prima dicevate di temere Iddio e i suoi capricci. Ma il vostro Dio era un anarchico che mescolava i generi. Credeva di poter essere al tempo stesso buono e potente. E in questo mancava di coerenza e di onestà, bisogna dirlo. Io ho scelto la potenza e nient'altro. Ho scelto il dominio e ora sapete che è cosa più seria dell'inferno. 

Da millenni ho coperto di carnai le vostre città e i vostri campi. I miei morti hanno fecondato le sabbie di Libia e della nera Etiopia. La terra di Persia è ancora grassa del sudore dei miei cadaveri. Ho riempito Atene dei fuochi di purificazione, acceso sulle sue spiagge migliaia di roghi funebri, coperto il mare greco di ceneri umane fino a farlo diventare grigio. Gli dei, gli stessi poveri dei, ne erano stomacati. E quando le cattedrali hanno sostituito i templi, i miei cavalieri neri le hanno riempite di corpi urlanti. Sui cinque continenti, lungo i secoli, ho ucciso senza tregua e senza stanchezza. 

Non era male, l'idea era buona, ma non era proprio quella giusta... Se volete la mia opinione, un morto è rinfrescante, ma non rende. In una parola: non vale uno schiavo. L'ideale è ottenere una maggioranza di schiavi con l'aiuto di una minoranza di morti ben scelti. Oggi la tecnica è affinata. Ecco perché, dopo aver ucciso o avvilito la necessaria quantità d'uomini, metteremo popoli interi ai nostri piedi. Nessuna bellezza, nessuna grandezza ci resisterà. Trionferemo di tutto. […] 

Verrà forse un giorno in cui ogni sacrificio vi sembrerà vano e il grido interminabile delle vostre sporche rivolte tacerà, finalmente. Quel giorno regnerò nel silenzio definitivo della schiavitù. (Ride.) C’entra l’ostinazione, non vi pare? State tranquilli: ho la fronte bassa dei testardi. 

Siamo nel 1948, in mezzo alle rovine della Seconda Guerra mondiale. Il processo di Norimberga si è concluso due anni prima, l’orrore dei campi ossessiona gli spiriti, in Spagna Franco è saldamente al potere. Lo stato d’assedio è certamente un’allegoria dei totalitarismi del XX secolo ma, al di là del periodo storico specifico, vuole essere ed è un “mito moderno”: è la storia eterna del male, del piacere di dominare, dell’assenza di limiti che genera onnipotenza. 

Accanto ai riferimenti politici, le questioni che prendono voce trascendono il tempo e lo spazio: il valore della vita umana, la nozione di libertà, il rifiuto di abdicare al male in tutti i suoi aspetti, la forza dell’amore, sono i grandi temi che attraversano l’opera e l’esistenza tutta di Camus.

La peste ha mille nomi e mille forme. Abbandona la cittadina spagnola, vinta dalla rivolta e dall’amore - che sul piano politico vuol dire solidarietà tra gli esseri umani -, ma sappiamo che rinnoverà altrove il suo potere di morte. 

In questo Lo Stato d’assedio resta un’opera di terribile attualità.

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