La morte sta cambiando

Dominique Eddé
6 giugno 2026
T. Géricault, La zattera della Medusa, 1818-1819, Museo del Louvre, (dettaglio)

La morte sta cambiando


Dominique Eddé, La mort est en train de changer, Ed. Les liens qui libèrent, Paris, 2025

Romanziera, saggista, traduttrice, Dominique Eddé è un’intellettuale libanese, tra le voci più profonde e autentiche dell’ambiente intellettuale francofono.

Nata a Beirut, è cresciuta in Libano prima di trasferirsi a Parigi, per poi fare continui viaggi di andata e ritorno tra le due capitali, le due culture, le due lingue. Da diversi anni vive a Beirut. 

Il suo percorso intellettuale ed esistenziale è stato segnato da incontri importanti, come quello con Edward Saïd, da cui è nato un libro, e con Federico Fellini, che ha frequentato durante gli anni trascorsi a Roma. È autrice di Pourquoi il fait si sombre ?, Edward Saïd, le roman de sa pensée, Kamal Jann, La lettre posthume, Beirut 1991, insieme a sei fotografi internazionali,  Le crime de Jean Genet, Le Palais Mawal, La lettre et la mort, conversazioni con André Green. In italiano sono stati pubblicati La lettera postuma (1994), La lettera e la morte. Undici conversazioni di André Green con Dominique Eddé (2004), Il crimine di Jean Genet (2008).

France Culture le ha dedicato cinque lunghe interviste, che si possono ascoltare all’indirizzo

https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/serie-dominique-edde-femme-de-lumiere

Le siamo grati per aver autorizzato la traduzione e la pubblicazione di alcune pagine del suo ultimo libro, inedito in Italia, La mort est en train de changer.

Parte prima

Paura di sé, paura  dell’altro

Quando la sofferenza supera la soglia del tollerabile, la poca forza che resta è usata per sopportarla. 

Basta guardare a Gaza i volti dei bambini amputati, affamati, dei portatori di cadaveri, dei genitori, dei parenti, dei prigionieri usciti dalla tortura: sono tutti irraggiungibili. La loro collera sembra prosciugata dal dolore; e il dolore privato di identità, trattato in massa. Immagino lo stesso grado di annientamento negli ostaggi israeliani. Nei torturati delle prigioni siriane al brusco apparire del giorno … L’ho visto sui volti dei libanesi bruciati dai bombardamenti nel Sud. Tutti questi esseri hanno vissuto nello stesso luogo: là dove vivere vuol dire essere morti vivendo.

Scrivere di questi tempi è una prova al limite dell’oscenità. Non scrivere, quando si potrebbe intralciare l’odio, è ancor meno glorioso. Cercherò dunque di scrivere. E, scrivendo, di evitare le parole che non servono più a nulla, se non a ritardare il momento di inventarne, forse, altre. 

Il divieto di nominare il genocidio in corso a Gaza, pena l’essere accusati di antisemitismo, è un chiavistello che ha resistito per mesi, mesi in cui, tuttavia, le prove continuavano a mostrarsi. Soprattutto in Germania, in Francia, in Europa: nei paesi che, in diversa misura, hanno permesso al nazismo di organizzare la morte di sei milioni di persone. Il chiavistello è appena saltato. A dirlo alto e forte non sono più soltanto alcuni spiriti lucidi, o dissidenti israeliani di vecchia data. Oggi, ONG e responsabili israeliani, ex ministri o ambasciatori, ammettono che uno sterminio è in corso sulla popolazione di Gaza. Da parte mia, mi sono limitata a sostituire una parola con un’altra: mattatoio, ad esempio. È stato sconcertare constatare che questa non sollevava obiezioni.  L’accecamento degli spiriti sarebbe arrivato al punto che basta nominare l’orrore assoluto con una parola anziché con un’altra per renderlo accettabile?  Soprattutto, come comprendere che sia stato necessario aspettare così a lungo per prendere sul serio il ministro della Difesa israeliano quando, all’indomani del 7 ottobre 2023, ha trattato impunemente i palestinesi come “animali umani”? 

Se credulità e cattiva fede si sono ritrovate insieme, nello stesso tempo e nello stesso luogo, è forse perché i territori della sordità e della menzogna sono fatti della stessa pasta.

Sono stati indicati e minacciati ebrei e musulmani, in blocco, anziché i capi della guerra che, ebrei o musulmani, li mettevano in pericolo. Tutto si è svolto come se il linguaggio servisse solo ad annientare il pensiero. Abbiamo sentito dire che quella israeliana è “l’armata più etica del mondo”. Che i bambini palestinesi sono bersagli legittimi perché, per natura, saranno futuri terroristi. L’antisionismo è stato messo sotto accusa proprio quando il sionismo faceva naufragio. Si è ingiunto alle memorie di scegliere ciascuna il proprio territorio nei cimiteri. Abbiamo sentito militanti della causa palestinese dubitare dell’ampiezza del massacro del 7 ottobre. Soprattutto, abbiamo sentito un silenzio distruttivo, pieno di sottintesi e di riflessi coloniali, affidare alla pelle bianca il potere innato di dominare quella scura, selvaggia. Da quel momento l’essere umano, bianco o scuro, ha perso i suoi diritti a vantaggio della massa. I regimi arabi sono stati maestri nelle loro vecchie abitudini: allearsi sotto banco col nemico, fingere la disapprovazione, ridurre i loro popoli al silenzio. In Francia e in Germania ogni obiezione è stata passibile di processo mediatico. Negli Stati Uniti, se la censura è stata in un primo tempo meno drastica, ora è senza pietà. Le università, per non citare altro, pagano con un prezzo esorbitante il loro quarto d’ora di libertà. Quelli che resistono, contro tutto e tutti, non hanno più parole per dire quanto soffocano. Guardano la morte compiere il suo lavoro sui volti esangui di una popolazione cadaverica. Nessuna delle righe che ho appena scritto scagiona Hamas dai suoi crimini. Nessuna. Aspetto il giorno in cui sarà guardato allo stesso modo da chi si ostina a proteggerlo e da chi vede in lui un diavolo spuntato dal nulla. Sapendo che la sua parte “diabolica” è stata scrupolosamente alimentata dal potere israeliano. 

Si tratta ora di riflettere con ordine, cioè al riparo da ogni simmetria – perché non ce n’è -, all’ampiezza di un disastro programmato dalle infernali ripetizioni della nostra specie: la cecità, la menzogna e i mezzi che essa si dà per sostenerle. Israele è uno Stato che non ha atteso Netanyahu per umiliare, colonizzare, spossessare il popolo palestinese. A quale titolo dovremmo dimenticare che le colonie hanno prosperato sotto i governi laburisti all’indomani degli accordi di Oslo? Non ci sarà prospettiva di pacificazione possibile finché la difesa del suolo passerà per la negazione dell’altro, il rifiuto della storia, l’ingiustizia nel trattamento dell’ingiustizia. Israele potrà affermare la sua superiorità militare, ricominciare ancora e ancora, ma non potrà garantire perennità al suo popolo se non rinunciando a rinchiuderlo. Diversamente l’avvenire lo espellerà, come sono espulsi i palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania. Riconoscimento è la parola chiave di ciò che resta da salvare: riconoscimento da parte di Israele del male innominabile che ha causato al popolo palestinese.

La tragedia israelo-palestinese ha qualcosa di unico: convoca contemporaneamente gli immaginari del mondo occidentale e del mondo arabo e, di conseguenza, due temporalità radicalmente diverse. È senza dubbio anche per questo che ne sono stata coinvolta al di là di ogni ragionevolezza fin dai miei vent’anni: provenendo da questi due mondi, mi sono ritrovata nella posizione in cui, in termini di abuso di potere, mi indignavano entrambi. Insieme, i due mondi ponevano la questione politica e filosofica di una sopravvivenza generale. Non ho mai smesso di rifuggire da ogni forma di pensiero identitario, mi sono sempre schierata dalla parte dei più vulnerabili, sapendo da subito che questa “parte” dipendeva necessariamente da un tempo limitato: provvisorio. Lo dicevo, con parole un po’ diverse, in un taccuino di vent’anni fa: “Il pensiero arriva nel momento in cui il ragionamento gli offre un sostegno abbastanza solido per poter essere dimenticato”. Cioè nel momento in cui intuizione e sensibilità hanno un potere di anticipazione che i saldi territori della ragione non hanno. “Ogni giorno attribuisco meno valore all’intelligenza”, scriveva Proust. “Ogni giorno mi rendo conto meglio che solo al di fuori di essa lo scrittore può afferrare qualcosa delle nostre impressioni, cioè raggiungere qualcosa di sé stesso e la sola materia dell’arte”. [1]

Questo qualcosa di sé stessi implica tutti i campi, compreso il politico. Scrivo questo saggio per riannodare la dimensione mentale, la dimensione psichica, con l’analisi dei conflitti; dimensioni che sono, beninteso, strettamente legate all’angoscia di morte. Vorrei approfondire la questione della differenza tra intelligenza e pensiero. Vedere in che modo i record di velocità, le scorciatoie e le suddivisioni dell’una danneggiano l’altro, sapendo che il pensiero si fonda sul tempo lungo della cultura, delle svolte, della digressione e della libera navigazione/associazione, da un tempo all’altro, da uno spazio all’altro. Vorrei affrontare i mostri che, come cloni, sorgono nel mondo attuale, l’ascesa delle dittature, il trionfo della forza sul diritto, senza mai dimenticare quel qualcosa che, in un singolo come in un gruppo, precipita gli individui nel meglio o nel peggio di sé. Questo qualcosa è, in particolare, il risultato di una negoziazione infinitamente complessa, dalla notte dei tempi, tra le differenti nature della paura: paura di sé, paura per sé, paura dell’altro - che discende dalle precedenti -, e infine paura per l’altro, che è generata dall’amore. Quest’ultima è una forma di inquietudine feconda, un’inquietudine pronta all’attesa, alla resistenza, alla disobbedienza, se necessario. È ciò che innalza la bellezza al di sopra dell’orrore, là dove la tentazione di tradire è vinta dal desiderio di dare un senso alla vita al di là di sé stessi. Tra i molti romanzi che ci permettono di comprenderla, penso a Uomini e topi di Steinbeck. Quando, con un gesto eroico, George dà la morte all’amico Lennie, l’idiota, l’eterno bambino, per risparmiargli un’altra morte, umiliante e brutale, quando, insieme a lui, sogna ad alta voce la bella vita che li aspetta…

- Andiamo, dice Lennie. Come sarà? Avremo una piccola fattoria.

- Avremo una mucca, dice George. E forse un maiale e delle galline … e, nel campo, un riquadro di erba medica.

Intanto i vendicatori si avvicinavano a Lennie, che aveva ucciso la moglie di Curley senza capire che la stava uccidendo.

Le voci erano sempre più vicine … George sollevò la pistola, lo immobilizzò e gli puntò la canna contro la nuca. La mano gli tremava violentemente ma, ben presto, il suo volto si irrigidì e la mano divenne ferma. Premette il grilletto.

Se dovessi dare una visione della morte che sia l’esatto opposto della visione terrificante del carnaio in corso a Gaza, con corpi smembrati a migliaia, in uno scatenamento d’odio che niente e nessuno arriva a fermare, citerei questo momento, in cui Lennie “si accasciò dolcemente, il viso nella sabbia, e rimase disteso senza il minimo fremito”.


La perdita dell’essere

La morale dei diritti dell’uomo, istituzionalizzata dopo la Seconda Guerra mondiale, è stata accompagnata da un auspicio divenuto uno slogan: “Mai più”. Per quanto lodevole, questo auspicio è totalmente illusorio, se non infantile. Ci ha risparmiato lo sforzo di prevenire il potenziale morboso della natura umana, proteggendo e rinforzando anticorpi come l’educazione e il diritto. Il rispetto del diritto internazionale, in particolare. Peraltro abbiamo affidato a due parole – razzismo e antisemitismo – il compito di ricoprire tutto l’arco della stupidità e dell’odio. Tanto che non c’è più modo, nel dibattito pubblico, di distinguere un odio volatile da un odio radicato. Una struttura sadica da una struttura fondamentalmente perversa. Un moto di esasperazione da una disposizione a uccidere. Talmente tanti sono gli scritti consacrati alla questione del razzismo che non posso pretendere di aggiungere nulla di nuovo. Vorrei tentare, tuttavia, al di là di queste due parole, razzismo e antisemitismo, di raggiungere ciò che esse da sole non possono dire: l’odio che minaccia la sopravvivenza dell’essere umano.

Prima ancora di attraversare la psicoanalisi, Dostoevskij mi ha molto aiutata a comprendere la parte che gioca la sessualità (nei suoi romanzi la chiama “sensualità”) nella costruzione della menzogna e della guerra, a comprendere che una vittima può, in un attimo, trasformarsi in mostro. E viceversa. A trattare, insomma, con l’inconfessabile. Il che naturalmente non vuol dire che l’essere corrisponda al movimento di una clessidra, diventando ora vittima ora assassino! Significa semplicemente che la bellezza e l’orrore sono terribilmente compatibili e che l’umanità, sempre esposta agli istinti di distruzione e di morte, può in un soffio cadere nella barbarie.

L’insieme di umiliazione e paura rappresenta, a questo riguardo, una spaventosa riserva di carburante. È troppo poco dire che il Medio Oriente ne possiede ormai una scorta inquietante. Basta che una forma di rappresentazione collettiva ne approfitti per scatenare la cecità e la vendetta. Allora tutti i crimini sono permessi, tutte le combinazioni sono possibili. Canetti le esamina una ad una in Massa e potere: “Lo stesso uomo singolo ha la sensazione di oltrepassare nella massa i confini della propria persona. Egli prova sollievo, poiché sono abolite tutte le distanze che lo rigettavano e lo chiudevano in sé”. Dal fantasma alla realtà, i divieti crollano, la sessualità è coperta dall’impresa collettiva, così pure il sadismo e la crudeltà. Quando è l’individuo stesso a concedersi questo diritto, come nel caso di Raskolnikov o Stavrogin, o come accade nei fatti di cronaca, siamo portati a riflettere, senza nessuna prospettiva di sollievo, a ciò che Hannah Arendt chiamava “banalità del male”. Quanto a me, parlerò volentieri di “perdita dell’essere”, nel senso di un’emorragia. Essa corrisponde a un processo di disintegrazione, che deriva tanto da una struttura psichica e dalle sue condizioni di vita quanto dalle misure che adotterà per garantire la propria sopravvivenza e che potranno venire dal più grande coraggio o dalla più sinistra viltà: cioè dalla resistenza o dalla collaborazione con il male, sapendo che la prima protegge la scorza dell’essere, mentre la seconda lo infiltra, lo intossica.

Questa perdita dell’essere, questa disintegrazione, oggi vediamo all’opera al di là degli individui, in seno alle nazioni, in seno all’organizzazione della vita collettiva. In Medio Oriente registra ovunque dei primati: in Iraq, Egitto, Siria, Libano … Non parliamo della Palestina. I vecchi paesi sono consumati fino all’osso, crollano e cadono a pezzi, mentre i nuovi – gli Emirati, i paesi del Golfo – innalzano le loro torri sgargianti come altrettante conquiste affrancate dal passato. Come se la modernità araba non riuscisse ad ancorarsi nel tempo se non rendendosi indifferente a ciò che la animava – il desiderio di unione – e a ciò che fino a ieri la ossessionava – la sorte della Palestina. (E quando non è indifferente, il più delle volte cade nell’angusta ossessione di un ritorno al passato che si è già mostrato terribilmente fallimentare). Questa forma di modernità è forse modello di un sintomo planetario: la programmazione grazie alla finanza di cellule di vita protette, dove è tenuto a distanza ciò che non dà profitto. In questo universo, i poveri sono pregati di andare a vivere altrove e di farsi dimenticare. Per quanto Trump e Musk possano discutere, su questo punto saranno sempre d’accordo. Il loro controllo sul presente non significa nulla quanto all’avvenire. Quando, a causa di un fallimento o di un incidente, la megalomania deve affrontare la mancanza sulla quale si è edificata, tutto può di colpo crollare: tutte le parate, tutti gli strati della menzogna.

Resta da pensare l’essenziale: i popoli. Un po’ dappertutto si trovano in uno stato di choc. Forse occorre cominciare proprio dal tentare di comprendere questo stato; soprattutto, non dimenticare che la nozione di popolo – come quella di etnia o di nazionalità – è essa stessa prigioniera della rappresentazione che ne viene data. La parola “populismo” è abusata. Ce ne vorrebbe un’altra per esprimere la proiezione dei nostri ideali o delle nostre fobie su ciò che chiamiamo “popolo”, per farne emergere la parte di fantasma. Una parola che, come l’orientalismo – cioè l’Oriente visto dall’Occidente -, darebbe conto di quello che gli individui, a cominciare dai borghesi, proiettano nella loro visione del popolo. Marx ci ha dato gli strumenti per pensarlo in termini di classe sociale. Ma, con la rivoluzione tecnologica e la liquefazione del mondo, non abbiamo a che fare con masse che non rispondono più agli stessi legami, bisogni, interessi? Ancora una volta, il Libano è un laboratorio utile. Abbiamo visto il ‘popolo’ scendere nelle strade e reclamare i propri diritti nel 2019, poco dopo abbiamo visto il ‘popolo’ rinunciarvi e tornare a casa, abbiamo visto un altro “popolo in seno al popolo” impedire il processo di liberazione avviato. Ogni volta, le frontiere confessionali si sono rivelate più forti, e meglio sfruttate, delle frontiere di classe. Così come l’arabizzazione è stata sostituita dall’islamizzazione, la nozione di cittadinanza ha rimpiazzato quella di popolo, tenuta in scacco da quei micro nazionalismi che, in Libano, sono le appartenenze comunitarie: così si alimenta e si perpetua il circolo vizioso. 

Da qui il ritorno alla sempiterna questione della costruzione delle identità, della fluttuazione delle parole a seconda che la realtà le svuoti o le riempia di senso. Della capacità che le parole hanno di rompere con la tirannia dell’ideale: dell’uso che ne fanno gli individui e le masse. Che si tratti di amare, lavorare, costruire, la questione che si pone – ogni volta che, a posteriori, il passato diventa più chiaro – non è tanto “come funziona”, ma piuttosto “come non funziona”. Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che i popoli e i governanti sono esposti alla stessa follia, allo stesso fondo di pulsioni ingovernabili che un niente basta a scatenare. Questa lucida constatazione non è un atto di rinuncia ma di igiene. Equivale a un atto di disintossicazione che esige di scavare le ragioni della dipendenza prima di pretendere di liberarsene. È il buco intorno al quale dobbiamo imbastire, rattoppare il tessuto, impedirgli di disfarsi. Si tratta in fondo di chiederci, man mano che ci pensiamo o infiliamo l’ago nel tessuto, se lo facciamo con l’umiltà necessaria: riconoscere che noi, esseri umani, collaboriamo al buco come al rammendo. L’umanesimo ha senso solo quando si fonda sulla coscienza rigorosa della storia e dei debiti che vi si sono accumulati. Ridotto allo stato di “buon sentimento” non ha valore se non per chi distribuisce premi e onorificenze.  

Ora, come rappresentarsi il futuro dell’essere e il destino delle sue pulsioni quando la spinta tecnologica si getta sul tempo, fuori dalla vita, fuori dal corpo? Come salvare questa parte del sé che ci sfugge e proprio per questo ci accresce – l’inconscio – prima che sia colonizzato dai robot? A giudicare dalla frenesia con cui corre il tempo, dalla velocità con cui lo spazio è divorato e la vita invasa dalla macchina, viene da prendere sul serio l’affermazione di Yuval Noah Harari quando dice che, se la nostra specie dovesse sopravvivere più di mille anni a partire da oggi, “saremo talmente cambiati da non essere più degli Homo sapiens”.

(da) Nel cuore della menzogna

Tutto accade come se il mistero delle origini e quello dell’avvenire si trovassero improvvisamente nello stesso luogo. Come se migliaia di anni fossero usciti dai cardini. Scombinati. Ammucchiati nei libri e nei ricordi, in attesa di un ritorno di cui non sappiamo se avrà luogo. Diciamo per ora che, dal Congo al Sudan, alla Palestina, all’Ucraina, tutte le guerre in corso offrono all’intelligenza artificiale i mezzi per convincerci che essa governerebbe meglio di noi. Ciò significa che la perdita dell’essere è il cuore del problema.

Tuttavia, il pessimismo non è un ostacolo alla speranza, ne è anzi la condizione necessaria. È dal pessimismo, ormai sinonimo di lucidità elementare, che può ancora nascere l’urgenza di agire altrimenti. L’ottimismo ha senso solo in termini di volontà, di energia positiva. Quando consiste nell’abbellire la realtà, nell’indebolire il pensiero critico, nell’incoraggiare le apparenze e alimentare appetiti che non può soddisfare, diventa, al pari del capitalismo selvaggio, il motivo per eccellenza degli inganni e delle occasioni mancate. 

Stordisce le menti e lascia in sospeso gran parte delle vite. Questa sindrome ha colpito in modo particolare il mondo arabo. Da oltre un secolo, si è riusciti a battezzare come vittorie i fallimenti più cocenti e umilianti. Il tradimento è stato promosso al rango di savoir-faire. Si è passati allegramente dal peggio al peggio. È stata coltivata una forma molto elaborata di menzogna, che consiste nel continuare a far apparire bello ciò che non lo è più e vero ciò che ha poche possibilità di realizzarsi. Certo, c’è bellezza nelle mani alzate di centinaia di migliaia di rifugiati che tornano a casa a testa alta, dopo mesi o anni di esilio. Ma quale orrore nel sorriso soddisfatto di coloro che hanno contribuito a gettarli per strada, quale orrore nell’euforico rimettersi in marcia del giorno prima. E quanta impotenza, sconfitta e sfinimento, nelle popolazioni. Fino a quando?

Ascolto la voce rotta di Rami Abou Jamous, giornalista palestinese francofono che ci annuncia, da Gaza, i crimini del mattino, compreso l’assassinio del nipote di sua moglie, che era andato a cercare qualche briciola di cibo per i suoi cari. “Stiamo vivendo la morte, sentiamo la morte, vediamo la morte, sogniamo la morte, la morte è dappertutto”. C’è nella sua voce lenta una collera e un dolore senza nome, entrambi addolciti da una bontà irriducibile. Quest’uomo incarna l’umanità, quella stessa che gli israeliani, in gran maggioranza, si rifiutano di conoscere. Quanti palestinesi in questo momento sentono ciò che scriveva Charlotte Delbo: “Voi non credete a quello che diciamo perché se fosse vero non saremmo qua per dirlo” [2]. L’inferno vorrebbe, in un certo senso, che si fosse scomparsi per rendere credibile ciò che si è patito. Perché è così minaccioso comprendere la sofferenza e la distruzione in tempo reale? Perché tanto spesso il risveglio arriva a freddo, a distanza, a posteriori? Come dimenticare che ci sono voluti dai dieci ai vent’anni perché le menti prendessero coscienza dell’orrore della Shoah e acconsentissero a guardarla in faccia? Sembra, nel grande dramma dell’umanità, che la coscienza abbia bisogno di un tempo di sonno, come i corpi. Un tempo di recupero e d’assenza durante il quale la realtà, ancora troppo viva, muoia un po', tutta sola, prima che il pensiero se ne occupi. Col pericolo nucleare, questa morte clandestina della coscienza assume un carattere esplosivo. Più si va avanti, più la coscienza in ritardo è una bomba. Accade sul piano politico quello che accade sul piano sanitario: la specializzazione ha preso proporzioni tali che siamo capaci di dedicarci al salvataggio insperato del dito di un piede o di un pezzetto di terra mentre il corpo o il continente crollano.

Gaza è oggi il punto massimo dell’inconcepibile accettato, della tragica disfatta dell’umanità. Non soltanto i paesi detti democratici si sono piegati alla regola del governo israeliano, che ha vietato la presenza di giornalisti stranieri sui luoghi del crimine, ma la testimonianza dei giornalisti palestinesi – uccisi a centinaia – non è stata riconosciuta se non dopo essere stata confermata dai media occidentali. Una volta che la morte aveva guadagnato. Come parlare di “risveglio” delle coscienze quando il risveglio arriva dopo l’irreparabile?

1. Marcel Proust, Contre Sainte-Beuve, Gallimard, 1954.

2. Charlotte Delbo, Prière aux vivants pour leur pardonner d’être vivants, Les éditions de Minuit, 2024

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