28 ottobre 2022

Porte nel multiverso di Julia Kristeva

Zoe Courtois*

La saggista, psicoanalista e scrittrice Julia Kristeva firma un Dostoïevski nella collana “Les auteurs de ma vie” delle edizioni Buchet-Chastel. È il punto d’ingresso ideale per ripercorrere le linee di forza di un’esistenza e di un cammino intellettuale. Ringraziamo Zoe Courtois per aver gentilmente concesso la pubblicazione del suo articolo, apparso su Le Monde il 7 marzo 2020.

Quando le edizioni Buchet-Chastel le hanno proposto di scrivere un Dostoevskij ha avuto un capogiro. La collana “Les auteurs de ma vie” (ex “Les pages immortelles”) ospita testi dove grandi scrittori contemporanei rendono omaggio a illustri antenati e conta un Virgilio di Giono (1947), un Marx di Trotskij e un Montaigne di Gide (entrambi pubblicati nel 1939) - i primi due riediti rispettivamente nel 2016 e 2019. Emozionata da questi prestigiosi predecessori, la filologa, psicoanalista e romanziera pareva tuttavia destinata a un simile esercizio, tanto ha profondamente scavato il modo con cui gli affetti del lettore affrontano la scrittura e il pensiero di un autore. È lei che, negli anni Sessanta, ha proposto la prima definizione teorica dell’“intertestualità” – quel rapporto di “innutrizione”, di crescita dall’interno tra i testi che sta nel cuore stesso della collana dove pubblica oggi.

Intellettuale francese riconosciuta in tutto il mondo, J. Kristeva è nata nel 1941 in Bulgaria, paese che ha lasciato nel 1966 per la Francia. Nel 2018 la pubblicazione di documenti bulgari ha portato all’accusa di essere stata reclutata agli inizi degli anni Settanta nei servizi di spionaggio del suo paese di nascita per dare informazioni sugli ambienti culturali e la sinistra francese. Ha smentito fermamente queste accuse. ‘Agente’ non è dunque uno dei quattro termini intorno a cui tentare di sintetizzare il “multiverso”, come lei lo chiama, di J. Kristeva, fatto di letteratura, linguistica, filosofia e psicoanalisi.

Sotto-suolo

Entriamo nel “multiverso” dal basso, come nel suo Dostoevskij, dove ripercorre sei decenni di letture sedimentate: un lavoro di scavo minuzioso per trovare ciò che tanto la emoziona in questo “san Dosto”, cominciando dalle fondamenta, o meglio dal sottosuolo. “Il sottosuolo, precisa J. Kristeva al Monde des livres, è una parola che utilizzo spesso perché viene dal testo di Dostoevskij Memorie del sottosuolo. In russo si dice ‘podpol’e’ e questo rinvia, in certe costruzioni moderne, a tutto quanto è clandestino e fuori legge”. Ma in questo scrittore, spiega, si riferisce soprattutto al bagno penale in cui fu imprigionato tra il 1850 e il 1854. Soltanto dopo essere stato liberato, e al prezzo di una lunga “evoluzione”, Dostoevskij comprese che l’oscurità infernale dei criminali che tanto l’aveva inorridito era inerente alla condizione umana e non solo faccenda di marginali. Così nacquero i “demoni” e i “posseduti” della sua opera.

Più tardi, quando J. Kristeva iniziò la sua analisi, comprese che il sottosuolo di Dostoevskij non era che un altro nome per l’Es di Freud. Per la teorica della letteratura resta aperta una domanda che non sempre trova risposta: “Perché la critica psicoanalitica delle opere letterarie è così screditata in Francia? L’opera di un gigante come Dostoevskij la richiama con tale forza!”

Dialogo

Tra le letture sedimentate che il libro attraversa, una appare più feconda delle altre: la scoperta dell’opera di Mikhail Bachtin (La poétique de Dostoïevski, Seuil, 1970). Lo scrittore e critico russo trovava nell’autore dei Fratelli Karamazov una logica profonda: quella del “dialogo”. La parola risveglia tutta l’attenzione di J. Kristeva, allora studentessa di filologia e letteratura comparata. Lascia la Bulgaria per la Francia, portando con sé come bagaglio il libro di Bachtin e “5 dollari”. In un angolo della sua testa c’è l’idea da cui nascerà la nozione di intertestualità nel suo primo libro, Sémeiotiké. Recherches sur une sémanalyse (Seuil, 1969): applicare l’analisi del dialogismo bachtiniano al testo stesso. Detto diversamente: considerare che non si può scrivere o leggere un testo senza i testi con i quali esso dialoga anche indirettamente.

L’esempio è ancora una volta Dostoevskij: “I suoi romanzi rispondono al romanzo europeo, che risponde a sua volta alla satira di Menippo, che può essere definita la forma letteraria dell’incertezza, perché vi si sentono contemporaneamente l’enunciato e il suo altro”. In questa forma, utilizzata nell’antichità da Luciano di Samosata e che riappare in tutta la letteratura moderna, viene affermata una cosa solo per indurre il lettore a esaminare il suo contrario. È la mise en abyme, “all’interno dei testi”, del dialogo che ha luogo “tra i testi”. E questo dialogo onnipresente e perpetuo (“che non è un mezzo ma lo scopo”, scrive Kristeva nella conclusione della sua prefazione) è il luogo ove risiede la bellezza dell’opera letteraria.

Tracce

Le torna spesso in mente un sogno dove lei è “una lettera, cioè una traccia in un sistema/ordine di scrittura”. Immagine che scaturisce dai ricordi dell’antica festa nazionale bulgara dell’alfabeto, che si celebra il 24 maggio. “Il Comunismo nutriva un certo entusiasmo per i santi Cirillo e Metodo, inventori del cirillico. Si diceva che la Bulgaria fosse sopravvissuta all’occupazione ottomana grazie alla sua lingua e alla sua letteratura: dunque al suo alfabeto”. Durante le sfilate di questi carnevali, oltre “alle corone di peonie intorno alla fronte e alle leggere camicie bianche sopra quei giovani corpi”, i bambini portavano costumi con le lettere dell’alfabeto. “Così era possibile comporre e scomporre parole e frasi. Niente era scritto in maniera definitiva, era quasi un invito a pensare autrement”.

Questa concezione del linguaggio (vivo, che muta nello spazio stesso della frase e ne registra tutti gli stati) la linguista l’ha ritrovata in Dostoevskij. E l’ha fatta sua nei suoi lavori. In questo libro – e stupisce da parte di una universitaria così celebrata – il professore emerito a Parigi-VII non si presenta come erudita già formata ma come lettrice sempre intenta a formarsi. Tra le certezze di una volta, oggi corrette senza che ne sia cancellata la “traccia”, c’è questa: “Pensavo un tempo che Dostoevskij fosse un melanconico che coltivava il dolore”. Controsenso, dice oggi: “Quando lo si legge nella traduzione di André Marcowicz (che occorre raccomandare ai francofoni) si sente che egli ha superato il bagno e l’epilessia grazie al godimento e all’ebbrezza felice del verbo”.

Incarnazione

Teorica J. Kristeva lo è, con ogni evidenza. Ma non troppo. Prendete di nuovo l’autore de L’idiota, che lei frequenta da quando aveva 15 anni – quando suo padre gliene proibì la lettura, forma sicura di istigazione. “Sono stati necessari questi ultimi quattro anni di lettura e scrittura per scoprire alla fine il corpo epilettico e sofferente della sua lingua, che traduce magnificamente la battaglia per la vita”. Lo stile del romanziere tradurrebbe dunque il suo stesso corpo, analisi che permette di comprendere in modo differente il rapporto di influenza tra Dostoevskij e Freud. “Diciamo che Dostoevskij è precursore di Freud, il che è il contrario di quello che ho sempre pensato della loro relazione”.

Una simile lettura offre un esempio di quella che lei chiama “carne delle parole”. Per quanto riguarda il suo rapporto con la lingua, Kristeva assicura curiosamente che ha imparato il francese “molto tardi”. Oh, certo, ha appreso presto il francese levigato delle dissertazioni, perché in Bulgaria frequentava l’Alliance française e, prima di esiliarsi, era già una specialista del Nouveau Roman. Tuttavia, il francese della “carne delle parole” l’ha imparato innanzitutto raccontando la vita di tutti i giorni quando cominciò la sua analisi, poi quando diventò madre con il “baby talk”. “Questo ha cambiato tutto nella mia scrittura. Ho potuto scrivere fiction, dire la vita psichica, le sensazioni, i fantasmi, i sogni, senza per questo abbandonare le pagine meditative o di cultura scientifica”. Il corpo, nel godimento o nella sofferenza, storpio o pieno: è ciò che J. Kristeva cerca, instancabilmente, nella lingua letteraria e nella lingua intima.

Fermarsi su Dostoevskij

L’arte di costruire un’antologia presuppone di accettarne il carattere necessariamente incompleto ed essenzialmente incompiuto. Certo, J. Kristeva in questo Dostoevskij sembra essersene fatta una ragione. La filosofa e linguista seleziona nella sua prefazione alcuni temi dello scrittore russo che sono anche i suoi e classifica gli estratti secondo lo stesso metodo (ad esempio, “Il gioco”, “Il doppio”, “Bambini” e, per finire “Godimento”). E tuttavia…

Lungo tutto il racconto del suo cammino in compagnia di Dostoevskij per sessant’anni, J. Kristeva esalta i meccanismi di scrittura che ha teorizzato durante la sua vita, cioè la polifonia e la referenza intertestuale: l’insaziabile riflessione su ciò che sta acquattato sotto le parole. Così l’impero dei corsivi obbliga il lettore a una ginnastica intellettuale complessa. Occorre leggere le parole nella frase e poi rileggerle da sole per afferrarne interamente il senso. Ebbri.

Prende forma un’opera rigogliosa, erudita e sensibile, che tratteggia con efficacia la mutazione e la migrazione delle idee nell’Europa dostoevskiana della fine del XIX secolo, come nell’Europa pre- e post- “cortina di ferro” di Kristeva. Un racconto in parte autobiografico, in parte teorico e in parte poetico che, col procedere delle pagine, assume l’aria di un bilancio, senza tuttavia mettere, alla riflessione, un punto finale.

(traduzione di Angela Peduto)

Il testo si può leggere in lingua originale cliccando qui

*  Professore di Lettere Moderne e laureata in Teoria della Letteratura all'ENS, EHESS e all'Università Sorbona-Parigi IV, Zoe Courtois è giornalista letteraria freelance e lavora dal 2018 per le pagine del quotidiano Le Monde.

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