10 dicembre 2015

Discorso al Municipio di Stoccolma

Svetlana Aleksievič

Svetlana Aleksievič (Premio Nobel per la letteratura 2015) ha più volte dichiarato che non le interessa l’ideologia. Le interessa il “percorso dell’anima”, ciò che la persona ha vissuto nella catastrofe della guerra, dell’esplosione nucleare, nell’annientamento improvviso del suo mondo.

Quest’opera “polifonica”, memoria e testimonianza “della sofferenza e del coraggio nel nostro tempo” – così recita la motivazione dell’Accademia di Svezia -, si situa perciò, nella linea di Dostoevskij, ben al di là del contesto sociopolitico nel quale è sorta. Ogni storia che vi è raccontata è la storia di un’anima, sottratta all’oscurità e al silenzio cui la destina il racconto della grande Storia. “Essere umani, restare umani, è terribilmente difficile”, ha detto Svetlana Aleksievič. L’inerzia e il rumore della vita quotidiana, il velo delle illusioni, la paura di guardare gli abissi in cui l’uomo può sprofondare, ci allontanano dalla coscienza tragica del vivere; ma la sofferenza, ascoltata e trasmessa, consegna a chi vi si accosta una conoscenza dell’uomo, della vita e della capacità di rimanere umani in situazioni estreme. Di questa trasmissione Svetlana Aleksievič ha fatto la sua missione di scrittrice.

Pubblichiamo di seguito il discorso tenuto al Municipio di Stoccolma il 10 dicembre 2015.  Tre giorni prima, il 7 dicembre, le era stato conferito il premio Nobel per la letteratura e in quell’occasione Svetlana Aleksievič aveva pronunciato un lungo, doloroso e coraggioso discorso che, col titolo “Una battaglia persa”, è stato pubblicato in traduzione italiana (Il male ha nuovi volti, La Scuola, 2016; Una battaglia persa, Adelphi, 2022).

Il testo che proponiamo è tratto da Il male ha nuovi volti, La Scuola, 2016 (traduzione e note di Sergio Rapetti).

Discorso conviviale al banchetto d’onore

Municipio di Stoccolma,

10 dicembre 2015

Ringrazio l’Accademia di Svezia per l’alto riconoscimento al quale non oso attribuire il merito a me sola, poiché lo ritengo conferito alle molte generazioni che fino a poco tempo fa vivevano insieme in quel laboratorio marxista del radioso avvenire che è stato l’Unione Sovietica. Un riconoscimento alle loro sofferenze, al loro dolore. Esse sparivano nel nulla dei lager staliniani, nelle miniere di Magadan e Vorkut [1],con una pallottola nella nuca nelle camere di tortura della nkvd, sui fronti della Seconda Guerra Mondiale e delle altre guerre combattute dall’impero. La grande idea divorava senza pietà i suoi stessi figli. Le grandi idee non provano dolore. Dispiace per le persone.

Con la perestrojka abbiamo sognato la libertà, ma ci siamo ritrovati a un punto della storia affatto diverso. Nello spazio post-sovietico invece della libertà sono fioriti totalitarismi autarchici: russo, bielorusso, kazako… Stiamo cercando, lentamente e in modo incerto, di riemergere dalle rovine dell’”impero rosso”. Una delle protagoniste del mio libro Tempo di seconda mano, che aveva perso l’intera famiglia, deportata in Siberia e lì morta di stenti, mentre mi raccontava tutto questo nella sua cucina, si è interrotta e, con gli occhi colmi di lacrime, ha intonato:

Un dolce raggio mattutino [3]

Tinge le antiche mura del Cremlino

E sul far del giorno si risveglia

La nostra terra sovietica tutta…

Fervida,

Possente,

Mai vinta da alcuno,

Mio paese,

Mia Mosca,

Al mio cuore la più cara…

Il passato continuava a tenerla avvinta nei suoi predatori abbracci. Era stata educata a credere. La bambina alla quale Stalin aveva a suo tempo portato via ogni cosa continuava a vivere in lei, e lei credeva ancora. In che cosa credeva?

Voglio raccontare del mio paese, la Bielorussia. All’aeroporto di Minsk, dove ero in partenza per Varsavia, mi si sono avvicinate due ragazze, commosse fino alle lacrime: “La ringraziamo!” hanno detto. “Lei capisce, finalmente esistiamo! Ora ognuno sa dov’è la Bielorussia”. Voglio trasmettere questo grazie a ognuno di voi. Dopo il putsch dell’agosto del 1991 [4], quando la Bielorussia è diventata indipendente, sono già cresciute alcune generazioni. Ognuna di loro aveva avuto la sua rivoluzione, era uscita sulla Piazza rivendicando il suo diritto a vivere in un paese libero. Sono stati bastonati, incarcerati, espulsi dalle università, licenziati dall’impiego. La nostra rivoluzione non ha riportato la vittoria ma ha avuto i suoi, i nostri eroi.

La libertà non è una festa immediata, come ci eravamo sognati. È un cammino. Un lungo cammino. Adesso lo sappiamo.

Viviamo tutti in uno steso mondo. Si chiama Terra. Questo nostro mondo diventa sempre meno accogliente. Se accendete il televisore potete sentire l’annunciatore descrivere, la voce incrinata dall’entusiasmo, i nuovi cacciabombardieri e le navi da guerra… In Russia, in America e in altri paesi e lingue. Ci attende di nuovo un’epoca di barbarie. Dove a dominare è la forza. La democrazia arretra. Tornano alla memoria gli anni Novanta del secolo scorso… A quel tempo credevamo tutti – noi, voi – di poter finalmente vivere in un mondo sicuro. Ricordo i dialoghi di Gorbačëv con il Dalai Lama sul futuro… Oggi tutto questo assomiglia a una bella favola. Siamo invece testimoni di un nuovo scontro tra il bene e il male. Testimoni e partecipi.

Che cosa può in tutto questo l’arte? Scopo dell’arte è far crescere e tesaurizzare quanto c’è di umano nella persona. Ma quando sono stata in Afghanistan durante la guerra sovietico-afghana e adesso parlando con i profughi del Donbass [5]in Ucraina ho potuto constatare con quanta rapidità la pelle della cultura possa staccarsi dall’uomo lasciandone riemergere la natura ferina… La belva primigenia palesata nella sua nudità… Ma io scrivo… continuo a scrivere… come mi hanno insegnato i miei maestri, gli scrittori bielorussi Ales’ Adamovič e Vasil’ Bykov, che in questo giorno vorrei ricordare con gratitudine. Come mi ha insegnato la nonna ucraina quando nella mia infanzia mi recitava a memoria le prose dal Kobzar di Taras Ševčenko [7]. Scrivo, dunque, ma a che pro? Sono stata definita scrittrice delle catastrofi, ma non è vero, io cerco continuamente parole d’amore. L’odio non ci salverà. Solo l’amore. È la mia speranza…

Prima di accomiatarmi, vorrei che in questa magnifica sala risuonasse la lingua bielorussa. È la lingua del mio popolo.

(in bielorusso)

In un villaggio una vecchia donna si è congedata da me con queste parole: “Presto ci separeremo e ognuno di noi riprenderà la sua vita di sempre. Ti ringrazio di avermi ascoltato e di voler raccontare il mio dolore ad altri. Ma ti prego, quando andrai via, voltati a guardare la mia casetta non una ma due volte. Quando una persona guarda una seconda volta, non è più un estraneo, e il suo sguardo è lo sguardo del cuore…”

(in russo)

Ringrazio tutti voi per il vostro cuore, vi ringrazio di aver ascoltato il nostro dolore.

  1. Due luoghi simbolo del Gulag staliniano; Magadar è la “capitale” della famigerata Kolyma, costruita ex-novo, a partire dal 1933, dai detenuti di quella remota regione subpolare della Siberia di Nordest; nella Vorkuta (Urali artici) furono attivi dal 1932 e per oltre un trentennio numerosi campi di lavoro forzato.
  2. Sigla (pronuncia en-ka-vé-dé) del Commissariato del Popolo per gli affari Interni, la polizia politica segreta dell’Unione Sovietica dal 1934 al 1946.
  3. Popolarissima canzone del 1937, versi di V. Lebedev- Kumač, musica dei fratelli Pograss.
  4. Dal 19 al 21 agosto del 1991 i più stretti collaboratori di Gorbačëv tentarono una svolta restauratrice rispetto alle riforme avviate dalla perestrojka. Il putsch venne contrastato da un ampio movimento di popolo e ne conseguì la presidenza El’cin, lo scioglimento del partito comunista e la dissoluzione dell’URSS.
  5. Nella regione del Donbass (Ucraina orientale) dall’aprile del 2014 è in atto un conflitto che oppone Russia e Ucraina. Secondo recenti stime ONU i profughi a causa della guerra sono oltre 250.000 (su due milioni di abitanti). [Si consideri che il testo qui pubblicato è del 2016, dunque il dato riportato nella nota è largamente superato dagli eventi  in corso]
  6. Lo scrittore bielorusso Vasil’ Bykov (1924-2003) narrò con vigore in racconti e romanzi drammi e tragedie della guerra, in modo non convenzionale e con caratterizzazioni psicologiche efficaci.
  7. Considerato il poeta nazionale ucraino, Taras Ševčenko (1814-1861) pubblicò nel 1840 a San Pietroburgo la sua prima raccolta poetica, Kobzar, e riprese questo titolo per successive raccolte nel 1844 e 1860. Kobzar è il suonatore di kobza (un antico liuto) e vale per “aedo”, “bardo” e tale è Ševčenko per il suo popolo.

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