11 Marzo 2014

Omaggio a Claudio Abbado

Angela Peduto

Mi decido a scrivere. Il desiderio di rendere omaggio a Claudio Abbado è come un debito che chiede di essere estinto. Sono passati due mesi e il clamore ormai si è spento. Le nebbie della retorica si sono disperse, mentre le parole autentiche continuano a far sentire la loro presenza.

A Berlino si attende il concerto di maggio: una volta all’anno, a maggio, Abbado tornava a dirigere i Berliner. Il concerto non è stato annullato. Durante la prima parte Frank Peter Zimmermann suonerà il Concerto per violino di Wolfgang Amadeus Mozart in sol maggiore, senza direttore. Poi Simon Rattle salirà sul podio per dirigere la settima Sinfonia di Bruckner.

Così l’orchestra saluterà il suo Maestro.

Coloro che lo hanno amato, che lo hanno sentito dirigere, che con lui hanno lavorato, suonato, sognato, raccolgono i ricordi e si interrogano smarriti. Perché occorre affrontare lo smarrimento quando se ne va un uomo come lui. Ci si sente più soli, un po’ sperduti.

Nella mente passano le immagini dei luoghi in cui ci siamo dati appuntamento con la musica che il suo gesto elegante sapeva ogni volta convocare. Napoli, Roma, Parigi, Firenze, Bologna, Vienna, Ferrara. E Berlino. A Berlino si riannodava ogni volta in modo stupefacente il legame che per dodici anni aveva unito il direttore e l’orchestra, quando dei Berliner era stato il direttore stabile. In quelle serate memorabili i Berliner ridiventavano la sua orchestra, in grado di seguirlo esattamente là dove chiedeva che andassero. Altrove. In terre che lui percorreva con naturalezza e che non si stancava di esplorare. È stato in serate come quelle che abbiamo sentito il suono dei Berliner fare tutt’uno con lui e toccare vertici difficili da eguagliare: come nel memorabile concerto dello scorso maggio, con una Fantastica di Berlioz che lasciò il pubblico stupefatto.

O diventare capace di scendere vertiginosamente, fino a pianissimi portati ai limiti dell’udibile, fino a che la nota emessa da cento orchestrali nel medesimo istante resta sospesa lassù, sopra tutti gli strumenti, sopra i violini le trombe le viole sopra i clarinetti sopra i violoncelli e i flauti e i contrabbassi e non sparisce e sembra tenuta in vita dalla sua bacchetta che la imprigiona e non la lascia andare …  una cosa lieve, sempre più impercettibile …un tremore dell’aria. O dell’anima.

Abbado sapeva far udire l’inaudibile.

Era uno strano miracolo quello che si ricreava ogni volta e che per il tempo di un concerto ci afferrava tutti e ci portava verso quel luogo misterioso dove vive la grande musica. Quando abbassava la bacchetta eravamo ebbri: di gioia, di gratitudine. A volte di lacrime. Felici, sempre. Ci portavamo dentro qualcosa che lui aveva risvegliato, che non ho mai saputo cosa fosse ma che ci rendeva diversi da quello che eravamo prima. L’intensità delle emozioni esplodeva nella sfrenatezza e nel delirio degli applausi. Abbado vi si concedeva. Era un rito potente che lo univa al pubblico e che, soprattutto dopo la malattia, sembrava rinvigorirne le forze. Gli applausi spesso proseguivano a palcoscenico ormai vuoto, con la chiamata imperiosa di lui solo. Usciva. Solo, piccolo e immenso, sorrideva nell’abbraccio del pubblico.

Ricordo la sua mano alzata sull’ultima nota della Nona di Mahler. Eravamo a Reggio Emilia. Gli abbadiani avevano diffuso un volantino prima del concerto. Malgrado ciò c’è da dubitare che il pubblico fosse preparato a quanto accadde.

L’ultimo movimento della Nona, l’Adagio, è interamente attraversato dal silenzio. Col procedere della musica il silenzio giunge, simile a un’alta marea che sommerge i suoni.  Dopo ogni marea di silenzio il suono riprende, per essere poi di nuovo sommerso. Le note sempre più spesso si riducono a piani e pianissimi. Sempre più tenute, tenute fino all’estremo della vibrazione sonora, arrivano a sembrare indipendenti dagli strumenti, quasi vivessero di vita propria. Sempre più incorporee, sembrano smaterializzarsi mentre scendono al limite dell’udibile e diventano un tremolìo impercettibile, un soffio di suono che spira. Che muore nel silenzio. Questo silenzio, che chiude la sinfonia, non è la fine della musica, è musica. Still, è scritto nella partitura.

Abbado restò fermo senza abbassare la bacchetta per un tempo lunghissimo. Poi, con lentezza, la abbassò e si raccolse in sé stesso. Nessuno osò interrompere quel raccoglimento solitario e assorto col fragore di un applauso che sarebbe apparso offensivo. Passò un minuto, forse due, di silenzio assoluto. Un tempo che parve infinitamente lungo di silenzio e di sgomento. Rimanemmo immobili, affacciati su ciò che pareva il nulla ed era solo l’abolizione di tutto ciò che ci era familiare. Ascoltammo in quel tempo sospeso il suono inaudibile e insostenibile del silenzio. Mi hanno detto che è accaduto di nuovo a Lucerna, tre anni fa, nell’ultima sua esecuzione della Nona.


Abbado amava ascoltare il rumore della neve. In un’intervista spiegò alla giornalista, stupita, che si tratta di “un rumore assolutamente minimo, nemmeno un vero rumore, un soffio, un niente di suono.” E aggiunse “Nella musica esiste: è quando nella partitura è scritto – un pianissimo che va fino al niente – “


Se mi abbandono ai ricordi vedo ancora la sua mano danzare nell’aria per un Simon Boccanegra del 2001. Era passato pochissimo tempo dalla malattia ma, contro il parere dei medici, aveva ripreso a dirigere. Apparve sulla scena fragilissimo. Il suo pallore era impressionante, la debolezza sembrava estrema. Tuttavia diresse con facilità, senza sforzo apparente, con la grazia che gli era consueta e una profondità stupefacente. Il finale, quando il canto si alza davanti al mare e tutte le tensioni si sciolgono in un concertato di straordinario lirismo, fu commovente. Come lo fu la mano scarna a lungo alzata a fermare gli applausi.

E poi lo vedo piccolo, fragile, nell’ombra della macchina che lo porta via mentre si sporge a salutare noi che lo abbiamo atteso. Aveva diretto alla Pleyel un Mozart luminoso e rarefatto, quasi non più “barocco”. Avevamo inutilmente cercato di raggiungerlo nel camerino. Lo aspettammo a lungo all’uscita.


Per tutta la vita Abbado ha fondato orchestre, ha diretto instancabilmente, ha sostenuto e aiutato progetti visionari come quello di Antonio Abreu in Venezuela.

Amava la vita e lo ha trasmesso costantemente nel suo modo di fare musica e nella sua progettualità inesauribile.

Amava le piante. Nel 2010 per il suo ritorno alla Scala chiese che il Comune di Milano piantasse 90.000 alberi.  E la sua casa in Sardegna era una “casa-giardino”: Qui studio, leggo, ascolto musica. Faccio il giardiniere e ho piantato più di 9.000 alberi”.

Diceva spesso che era stata la musica a salvargli la vita. Di fatto dopo la malattia diede l’impressione di spingersi più lontano, di saper oltrepassare frontiere che ad altri non era dato varcare, di trovare una profondità e un’intensità che solo a lui erano concesse. La musica che ci donava era ogni volta un frammento di bellezza, una scintilla incandescente di vita che egli cercava e afferrava in quelle terre misteriose dove ora se ne è andato per sempre e che riportava indietro per noi. L’orchestra era il suo strumento. Con l’orchestra entrava in un rapporto particolare, del tutto percettibile per l’ascoltatore, di coinvolgimento fiducioso e intimo, che permetteva il miracolo di un’interpretazione sempre inaspettata, sempre capace di far tremare l’anima. Non dimenticherò mai certi concerti in cui i musicisti sembravano posseduti da un demone che egli aveva risvegliato e che governava con semplicità e maestria assoluta.

Il fare musica gli dava forza. La musica era per lui un fatto etico, qualcosa che poteva cambiare la vita, che scaturiva da una ricerca ininterrotta e insaziabile perché la musica grande è inesauribile” e ha sempre qualcosa di nuovo da dire. E sempre nuove erano le sue interpretazioni, ognuna era un momento di quella ricerca che ha portato avanti fino alla fine. Malgrado la malattia. La malattia è stata per lui un altro, diverso sguardo sulla vita. Una forma di conoscenza più acuta, un ascolto più sottile.

Perciò, come in tutti i grandi artisti, la sua avventura musicale ha coinciso con la sua avventura umana. E la musica ne è stata testimonianza e dono.

“Quando preparo un’opera ne sono completamente innamorato. Non so dirlo in nessun altro modo. Forse quest’enfasi, questa intimità si trasmette all’orchestra e dopo un po’ si innamorano anche loro”.

Si trasmetteva anche al pubblico. E forse per questo durante il concerto si creava sempre un’atmosfera particolare, di tensione vitale, di energia, di ebbrezza.

Era la fiducia che il miracolo dell’umano creare, per quanto minacciato e fragile possa essere, sopravviverà comunque, malgrado tutto? Era questo che ci veniva trasmesso attraverso la musica?

Quest’uomo minuto, dall’aria gentile, dal gesto mai enfatico, che dirigeva sempre senza spartito, ci lasciava misurare ogni volta la profondità e il mistero della vita.


Mi piacciono le parole con cui lo ricorda Guy Cherqui: “Questa lezione di vita dobbiamo continuare a portare. Claudio Abbado l’ha portata fino all’estremo delle sue forze: a Lucerna questa estate, anche se non volevo ammetterlo, il suo Schubert e il suo Bruckner suonavano come una rassegnazione. Abbado fu sempre per me una giovinezza incredibile, un’energia intatta, un sorriso ineffabile che turbava. Questa estate a Lucerna c’era soltanto una tristezza premonitoria, soltanto due sinfonie di addio, incompiute come tutti i progetti che egli continuava a elaborare ... nei prossimi giorni leggeremo a sazietà i testi di circostanza che abbiamo letto per gli altri grandi scomparsi, gli addìi ufficiali, i pensieri prefabbricati, tutto ciò che Claudio non amava. Ma noi sappiamo bene ciò che dall’alto del podio egli ci ha detto. Ci ha comunicato energia, voglia di costruire, voglia di testimoniare, voglia di continuare a imparare e ad accompagnare la musica. Michael Haefliger, il direttore del Lucerna Festival, diceva qualche anno fa 'Non facevamo nessuna domanda, preferivamo fare come se egli fosse eterno'. E ricorda nel suo testo di omaggio una citazione trovata da Luigi Nono in un monastero di Toledo “Wanderer, non c’è cammino. Ciò che conta è solo l’andare”. Se Claudio ci ha lasciati, la felicità che ci ha donato, la generosità della sua arte, il suo sguardo sul mondo e la sua volontà di andare sempre avanti, di credere nella giovinezza, di far nascere incessantemente nuovi progetti, di essere sempre nell’avvenire, tutto questo resta un dono prezioso: a noi andare più lontano, a noi crederci, a noi continuare, perché Claudio è dentro di noi”

La profondità della sua musica è stata per me inseparabile dal candore un po’ infantile del suo sorriso; la sua grandezza dal modo lieve con cui si eclissava dietro la partitura e spariva per lasciar posto alla musica. Di tutto ciò gli sono grata … e così voglio ricordarlo.

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