La morte sta cambiando

La morte sta cambiando
Dominique Eddé, La mort est en train de changer, Ed. Les liens qui libèrent
Romanziera, saggista, traduttrice, Dominique Eddé è un’intellettuale libanese, tra le voci più profonde e autentiche dell’ambiente intellettuale francofono.
Nata a Beirut, è cresciuta in Libano prima di trasferirsi a Parigi, per poi fare continui viaggi di andata e ritorno tra le due capitali, le due culture, le due lingue. Da diversi anni vive a Beirut.
Il suo percorso intellettuale ed esistenziale è stato segnato da incontri importanti, come quello con Edward Saïd, da cui è nato un libro, e con Federico Fellini, che ha frequentato durante gli anni trascorsi a Roma. È autrice di Pourquoi il fait si sombre ?, Edward Saïd, le roman de sa pensée, Kamal Jann, La lettre posthume, Beirut 1991, insieme a sei fotografi internazionali, Le crime de Jean Genet, Le Palais Mawal, La lettre et la mort, conversazioni con André Green. In italiano sono stati pubblicati La lettera postuma (1994), La lettera e la morte. Undici conversazioni di André Green con Dominique Eddé (2004), Il crimine di Jean Genet (2008).
France Culture le ha dedicato cinque lunghe interviste, che si possono ascoltare all’indirizzo
https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/serie-dominique-edde-femme-de-lumiere
Le siamo grati per aver autorizzato la traduzione e la pubblicazione di alcune pagine del suo ultimo libro, inedito in Italia, La mort est en train de changer.
Parte terza
La morte in presenza di Kafka
Queste pagine si scrivono mentre la morte colpisce la popolazione di Gaza – ogni giorno più forte del giorno prima, con tutti i mezzi. Vorrei che i miei nervi malati risuonassero nelle mie frasi per farle tremare come io tremo. Vorrei che il mio desiderio di parlare si trasformasse in dono di silenzio per quel cadavere che un attimo prima gridava aiuto. Vorrei scrivere il vissuto del pensiero, smettere di far finta che non sia mille volte ferito lungo il cammino. Vorrei poterlo rivoltare come un tessuto, e vedere che dritto e rovescio dicono cose diverse o la stessa cosa in altro modo. Mentre si avvia alle sue conclusioni vorrei poterlo immergere nuovamente nel bagno delle sue domande.
Arrivare a far esistere ciò che sopporta come ciò di cui gioisce mentre è al lavoro. La sua parte di impotenza. La sua parte di sangue. I suoi eccessi, appiattiti, deformati dalla retorica; le sue collere, spente da parole ferme come laghi. Lo vorrei dopato da Nietzsche, in modo da tenergli testa; dargli ora torto ora ragione. Vorrei essere ebbra di tutti i romanzi che, prima di parlarmi della ragione, mi hanno detto la sofferenza. Vorrei che il pensiero traspirasse, che fosse frutto del corpo, che dopo essersi smarrito avesse diritto al rimorso. Vorrei farla finita con l’intelletto che mette le idee in secco, come se potessero sopravvivere dopo aver messo alla porta il terrore e la gioia. Vorrei anche farla finita con l’autonomia delle idee. Vorrei situarmi là dove l’insonnia e la logica, l’amore e la tristezza condividono lo stesso letto. Vorrei dire a Kafka: “Io sono vecchia e voi siete morto, ma niente ci impedisce di parlare”. Gli darò del voi, sarà più naturale.
Gli dirò: Io non sapevo, né lo sapevate voi – siete morto prima di loro – che le vostre sorelle, Elly e Valli, sarebbero state deportate nel ghetto di Lotz e assassinate a Chelmno nel 1942. Che il vostro amico Jizchak Lowi sarebbe morto nel campo di Treblinka. Otto Brod, il fratello di Max, fu assassinato ad Auschwitz. E così la vostra amica Grete Bloch, nel 1944. Ho appreso di questa ecatombe leggendo l’importante biografia che ha scritto Reiner Stach.
Siete morto quasi cento anni fa. Avevate chiesto a Max Brod di distruggere tutto ciò che di vostro, dopo la vostra morte, gli sarebbe capitato tra le mani: i manoscritti, fatta eccezione per qualche titolo, le lettere, i disegni. Avevate precisato: “Le lettere che non vorranno restituirti occorrerà almeno che ci si impegni a bruciarle”. Quella che ho appena citato, tra centinaia d’altre, è la prova della schiacciante superiorità della morte sulla nostra pretesa umana di guardarla in faccia. Se la morte non vi ha dato ascolto, caro Kafka, è perché nemmeno voi siete riuscito ad affrontarla. Il vostro sguardo ha vacillato nel momento in cui lasciavate questa vita. Altrimenti, perché avreste chiesto a Brod di cancellare le vostre tracce? Le avreste bruciate voi stesso. Le parole che avreste voluto uccidere per impotenza sono entrate nelle nostre vite con una forza inaudita. Questa forza che ci avete lasciato in eredità mi aiuta a comprendere il duplice volto del pensiero che resiste: il volto che fallisce per passione della verità, e quello che, accettato il fallimento, trionfa sulla menzogna. Dovrebbe aiutarmi, se arriverò a finire questo saggio, a tracciare un futuro per la Palestina che viene distrutta, proprio come la vostra opera è sopravvissuta al tentativo di cancellarla
Non è per la Palestina, né per Israele, né per il Libano, né per la Siria che mi affanno a scrivere. Non è per un paese con le frontiere. È per tutti questi paesi al di là delle loro frontiere. Per il rotolare della luce sulle terre, i mari, i tetti delle case. Per tutti i popoli che accoglie e illumina. Per la promessa, per quanto ingenua e lontana, di una vita condivisa tra cittadini eguali, dentro a Stati dalle frontiere aperte. È ciò che si chiama utopia, è anche, contrariamente all’ideale, ciò che resta a tutti da sognare quando l’incubo non ha risparmiato nessuno.
Il futuro di tutti i paesi della regione, così come fu concepito dalle potenze mandatarie all’indomani della Prima guerra mondiale, non può più essere un prolungamento del passato. Non che si debbano, a mio avviso, mettere in discussione le frontiere, ma piuttosto rafforzarli fisicamente da un lato e dall’altro, nel campo dei rapporti umani, farli cadere. Concedersi il diritto di immaginare un mondo in cui si possa essere israeliani, libanesi, giordani, siriani o palestinesi, in un quadro nuovo. Una nuova mobilità. Un nuovo modo di interagire. Una nuova concezione della cittadinanza. Una forma di uguaglianza e di mescolanza che travalica e rovescia la norma religiosa e nazionalista. Un’utopia? Sì, certo. L’utopia va intesa qui come fondamentalmente diversa dall’ideale, perché non è la proiezione di un desiderio formulato una volta per tutte, ma il luogo d’incontro di desideri contraddittori alla ricerca di una forma comune. E questa ricerca non può essere, per definizione, un punto d’arrivo, perché sarà infinitamente costellata di ostacoli. Corrisponde all’avvio di un movimento totalmente nuovo, reso indispensabile dall’ampiezza dell’impasse. Davanti allo stato di disfatta e di rovina in cui versa la regione, non vedo più nulla di praticabile a lungo termine che non tenga conto dell’intero corpo frammentato, ricostruito e decostruito di questa parte del mondo. Il progetto israelo-americano, quale si impone attualmente con la forza delle armi e del denaro, non potrà alla fine prevalere sulla resistenza e la trasmissione delle memorie. Né sulla demografia. So che avanzo nella nebbia, senza sostegno, nemmeno il mio. So che, per ora, l’odio, la sofferenza e la paura invadono le menti. So che ci vuole tempo prima che i ruscelli della vita ritrovino, scoglio dopo scoglio, il cammino del mare. È necessario, sarà necessario che io sia morta come voi, caro Kafka, affinché una cadenza venga a rompere il silenzio. Pensarci è di per sé un inizio.
Il disprezzo della sofferenza
Caro Kafka, voi sapevate bene come distinguere la sofferenza da ciò che la sminuisce. Disprezzo della sofferenza: avete usato queste parole in una delle vostre lettere piene di collera. Non trovo niente di meglio per esprimere l’operato degli attuali dirigenti di Israele, che in comune con voi hanno solo l’essere nati ebrei. Essi stanno svilendo la sofferenza. Quella degli ebrei e quella dei palestinesi. Non si accontentano di disseminarla a Gaza e ora in Cisgiordania, si accaniscono a renderla disprezzabile, perfino ridicola. Abbiamo visto soldati gioire e scoppiare in un riso osceno alla vista del fumo blu provocato dalla bomba che avevano appena sganciato sul centro di Gaza. Ridono: “È blu, è nato un maschio”. Altri soldati fanno salti di gioia sulla soglia della casa che hanno appena demolito. “Buone vacanze in Tailandia”, hanno scritto sui resti di un muro. Vuol dire che il punto culminante della tortura è l’umiliazione della sofferenza. L’orrore genera orrore. Gli atti o le parole eroiche dei refuznik, i dissidenti israeliani, non raggiungono più, o non abbastanza, gli spiriti incendiati dalla collera e dall’odio. Sono loro, questi uomini e queste donne, a dare l’esempio. Come chiamarli? Non si contano questi giusti, nati ebrei, che con tutte le forze rifiutano la barbarie commessa contro i palestinesi. Passa da loro la lotta contro l’antisemitismo, contro la disumanità strisciante che minaccia il mondo. Contro la confusione e l’idiozia che corrompono gli spiriti.
È appena passata sullo schermo del mio telefono l’immagine di una carretta carica di cadaveri di bambini, tirata da un cavallo sfinito in mezzo alle rovine di Gaza … tra loro un bambino vivo, che cerca di piangere, di capire. In un’altra immagine, nell’altro inferno di un’altra strada, altri bambini con gli occhi da vecchi: ancora vivi, buoni per la morte. I costruttori di ponti dovranno dispiegare sforzi da titani.
I morti ormai sono bare per parole che non sono riuscite a salvarli. Noi, i sopravvissuti, testimoni dalle frasi amputate, strisciamo alla ricerca di una briciola di verità che non sia stata calpestata. Intanto, le macchine che fabbricano frasi funzionano a pieno regime. Tra di esse, esseri umani che di umano hanno solamente il nome.
L’arte, avevate detto all’amico Max Brod, consiste “nel rendere possibile una parola vera da persona a persona”. È quello che disperatamente tento di fare: parlare da persona a persona. In presenza di nessuno. Con un desiderio in testa: evitare i riflessi di un linguaggio che riempie le faglie anziché tentare di comprenderle.
In questi anni l’essere umano è il neonato di un mondo che non l’ha ancora adottato. I suoi inizi crollano sotto il peso delle sue origini. La sua storia lo abbandona, come la memoria ci abbandona con l’età; assorbita dagli algoritmi che la bevono come i fantasmi bevevano lungo il cammino i baci delle vostre lettere a Milena. Più il tempo passa, più gira in tondo, inciampa, disintegra ciò che distingue un’ora dall’altra. I nostri corpi percorrono il mondo senza muoversi. Basta un dito sul tasto di un computer. Cento anni sono trascorsi dalla vostra morte, ottanta dalla liberazione del campo di Auschwitz. Cinquanta dall’inizio della guerra in Libano che ha avvelenato tante vite, compresa la mia. Come continuare a scavare un cammino per il pensiero in queste condizioni? Come farlo avanzare mentre si impedisce ai camion di consegnare i carichi di farina a una popolazione in agonia?
Siamo ormai miliardi a consacrare una parte enorme del nostro tempo alla pratica di una relazione disincarnata col mondo. Questa dipendenza non potrà che crescere, se pensiamo che gli ingegneri dell’IA lavorano alla realizzazione di occhiali connessi, con i quali, a breve, potremo vedere contemporaneamente una certa porzione della realtà cosiddetta reale e un’altra adattata alle nostre esigenze, catalogate e selezionate in anticipo dalla macchina. Se ho ben compreso la pagina che Giuliano da Empoli consacra a questo strumento oculare ne L’ora dei predatori, si tratterebbe di far entrare lo schermo in quel tanto di spazio che gli sfuggiva. Detto altrimenti: chi tra noi andrebbe a passeggiare in un giardino avendo questi occhiali sul naso, si troverebbe improvvisamente provvisto di uno sguardo a più dimensioni, a più contenuti. Oltre ai platani o all’apparizione di un cespuglio di rose alla svolta di un viale, avrebbe simultaneamente accesso, a seconda delle proprie preoccupazioni, alle quotazioni di Borsa, all’indirizzo della farmacia più vicina, all’immagine di un mare turchese che accoglie il caldo bacio di una coppia celebre. Come sui nostri computer, il paesaggio farebbe da sfondo a pettegolezzi, scene di guerra, informazioni pratiche. Saremmo dunque prossimi a vedere la rete entrare fisicamente nel paesaggio che, fino a ieri, le era ancora esterno. Il vero assorbito dal falso, non avremmo più i mezzi, né il desiderio, di separarli.
Non si tratterebbe tanto di distinguere la cosa vivente da quella fabbricata, quanto di affidare l’una all’altra, di lasciare che si fondano. Considerata la rapidità fulminea delle innovazioni tecnologiche, possiamo supporre che la trasformazione di questi occhiali in lenti a contatto non dovrebbe incontrare ostacoli importanti. L’invasione dello spazio cosiddetto reale da parte dello spazio virtuale conquisterebbe un territorio così ampio che il secondo potrebbe relegare il primo al rango di scenario. Ciascuno di noi diventerebbe un guscio di carne ed ossa conquistato e dominato dall’organizzazione meccanica dei propri dati: una vita automatizzata in un ricordo di essere umano. E intanto Sam Altman, creatore di ChatGpt, investe miliardi nella speranza di uccidere la morte.
Perché questa digressione mentre affronto l’incubo israelo-palestinese? Perché è fin troppo presente in questo stesso istante. La vigilia del giorno dell’Eid al-Adha, festa del sacrifico per l’Islam, l’armata israeliana, libera di bombardare dove vuole e come vuole, ha di nuovo gettato nelle strade gli abitanti della periferia sud di Beirut. Il grado di umiliazione inflitto alle popolazioni di questa parte del mondo è indicibile.
Un’ora dopo l’altra, Rami ci informa da Gaza degli ultimi sviluppi della morte: quale bambino, quale famiglia sono stati inghiottiti dalle bombe. I loro volti, i loro corpi, appaiono sui nostri schermi prima di dissolversi in polvere. Penso a Edward Said, all’ultima parola che aveva usato per designare questo conflitto dopo essersi tanto battuto: irreconciability, irreconciliabilità. Forse qui ho tentato di scongiurare questa riconciliazione impossibile, rinviandola a un altro tempo, per ora inconcepibile. Un tempo che, al di là della caduta suicidaria e criminale di Israele oggi, segnerà l’ora del suo risveglio. Chissà che quel giorno il meglio dei due popoli, israeliano e palestinese, non si trovi alla guida di un movimento di resistenza mondiale contro la disumanizzazione, quella di cui loro, prima degli altri, avranno fatto esperienza.
Questo sogno ha poco futuro. Tuttavia è condiviso da un gran numero di persone. Ci sono forse tra essi israeliani inconsapevoli, prigionieri del passato, accecati dalla paura, intossicati dalla propaganda del loro regime.
Saremmo arrivati al punto in cui la maggioranza, la nozione stessa di maggioranza, non conta nulla nel calcolo di chi detiene potere e denaro?
Quando la morte invecchia bene
Caro Kafka, lasciatemi dire prima di separarci che siete uno dei morti più vivi che conosca, perché avete fatto parte dei vivi più minacciati di morte che ci siano mai stati. Dostoevskij anche, ma in modo diverso. Lui aspirava ai due stati della vita: uno che aspira a Dio, l’altro al nulla. Se il suo antisemitismo non è riuscito ad allontanarvi dalla sua opera, che leggevate e rileggevate appassionatamente, è certo perché istintivamente sapevate che la sua fobia era, come per Cioran, l’equivalente di una crisi di rabbia contro sé stesso. Come voi, egli fissava con lo sguardo il ridicolo e il grandioso della nostra condizione umana. I vostri labirinti non erano della stessa natura. Il vostro girava senza scopo apparente. Quello del russo scavava, scavava all’infinito. L’altro, lo raggiungevate tramite voi stesso. Lui, scontrandosi con i muri, mandandoli in frantumi. Entrambi eravate ossessionati dalla verità, che si trova solo nelle terre della menzogna. L’una senza l’altra – la verità senza menzogna o viceversa – non aveva ai vostri occhi più esistenza di quella d’un pesce morto per un pescatore. Più la scoperta era piccola, minuscola, sepolta sotto strati di impostura, più vi appariva la grandezza del suo potere: il potere che può avere la descrizione dello sguardo di un bambino nel racconto di una guerra, o di uno sbattere di porta nel racconto di una passione. Dell’altra verità, quella che si accontenta di enunciare cifre e fatti accertati, non avreste saputo che farne. Senza dubbio avreste consultato ChatGpt per ottenere risposte che vi sareste impegnati a demolire.
Se dovessi sognare un luogo a partire dal quale il pensiero potrebbe districarsi meglio per indebolire la menzogna, sarebbe il punto in cui i vostri due universi si congiungono: là dove l’ambivalenza è riconosciuta per ciò che è in ciascuno di noi, là dove non è liquidata col gesto di una mano, pretendendo di fare chiarezza mentre si tratta soltanto dell’ennesimo inganno. La mia più grande frustrazione nel mondo degli intellettuali e delle idee è la facilità con cui i discorsi si liberano dei conflitti interiori. Lavorare a comprendere significa far conoscenza con i mostri che dormono dentro di noi. Prendere in conto i nostri desideri, le paure, le contraddizioni, i dolori, i nostri piaceri e i nostri fallimenti. Tutto ciò a cui i robot non avranno mai accesso.
L’invincibile bellezza
Concludo questo saggio di fronte a un mare d’argento e al suo orizzonte di malva e di rossi che il sole ha sparso subito prima di scomparire. Sullo schermo del mio computer, un messaggio da Gaza. Oggi sono state uccise ottanta persone, tra cui trentaquattro che attendevano aiuti umanitari. Esito a guardare il video. È necessario, perché non ho ancora rinunciato alle parole. Una bambina di una decina d’anni giace a terra perché in ospedale non ci sono più letti. È a brandelli, il viso stravolto dal dolore. Uomini e donne accovacciati si agitano intorno a lei. Cercano di curarla con i pochi mezzi che hanno. Stavo per non vederli, tanto la vista di questa bambina è insostenibile. Stavo per ignorare la bellezza di ciò che giorno dopo giorno resiste all’orrore. Questa tormentosa compatibilità tra la bellezza e l’orrore mi era apparsa, in un giorno simile, il 4 agosto 2020, quando l’esplosione del porto di Beirut liberò, alle sei del pomeriggio, un’enorme nuvola bianco rossastra in un orizzonte di rose. Poco dopo abbiamo saputo chi era morto, chi ferito, chi cacciato dalla propria casa ridotta in polvere; ma nessuno di noi, ad oggi, sa chi ha appiccato il fuoco, chi è l’autore del crimine.
Più la verità è esplosiva più viene sepolta. Per quanto tempo ancora saremo condannati a subire la storia senza potervi partecipare? Ad andare e venire nello stesso istante dal calore umano allo spavento, dalla generosità estrema degli uni alla crudeltà estrema degli altri. Mentre la sporcizia si accumula ai piedi delle case e lungo le strade, i gelsomini, le gardenie, i frangipani si danno il cambio, un mese dopo l’altro, sulle terrazze e nei giardini. I profumi del paradiso penetrano l’inferno e viceversa, senza transizione. La morte e la vita allegramente si fanno beffe l’una dell’altra sotto lo sguardo onnipresente di un dio salvatore e senza umorismo.
Il mare che ho davanti agli occhi è lo stesso che a Gaza. La luce pure. Laggiù, la terra è disseminata di cadaveri. Qui, custodisce il tempo di tutte le sue guerre mentre nel Sud i bombardamenti israeliani proseguono liberamente.
È il fondo più segreto dell’essere umano a sabotare la bellezza, che pure egli è il solo a conoscere. Perché? Perché non sopporta che la morte gliela porti via? La domanda è per sempre al di là di ogni risposta. Grazie, ai giornalisti e ai curanti di Gaza, che stanno alla bellezza come la luce sta al cielo, in questo istante. Grazie, perché tengono testa all’orrore. Grazie all’umanità, quando non vive né muore prima di aver tutto provato.




























