Pier Paolo Pasolini: una lettura della nostalgia

Franco Zabagli
22 aprile 2023
Wolfgang Lettl, 1977

Pubblichiamo le letture che hanno accompagnato il discorso di Franco Zabagli intorno al tema della nostalgia e alla sua interpretazione in Pasolini.

Cliccando su questo link potrete ascoltare la conferenza, preceduta da un’introduzione di Giuseppe Silvestris.

Il glicine

Eccolo, ero morto? Sui

bastioni del Vascello - irreali

come quest’aria che non conosco da piccolo,

o questa lingua di italici

pagani o servi di chierici - i bui

festoni dei glicini. Il quartiere ricco

n’è pieno, dappertutto. Spiccano

viola nel viola delle nuvole e dei viali.

Assurdo miracolo, per un’anima

per cui contano, gli anni,

che sono stati per lei ogni volta immortali.

Questi che ora nascono, sono

i glicini morti, non i loro figli barbarici

- dico barbarici se cupamente nuovo

è il loro essere, muto il loro monito...

Ma lo ripeto: non sono vergini

alla vita, sono dei calchi funerei,

che imitano la barbarie del dire

senza ancora possedere

parola, puro viola sopra il verde...

Io ero morto, e intanto era aprile,

e il glicine era qui, a rifiorire.

Com’è dolce questa tinta del cadavere

che copre i muraglioni di Villa Sciarra,

predestinato, prefigurato, alla

fine del tempo che si fa sempre più avido...

Maledetti i miei sensi,

che sono, e sono stati, cosi abili,

ma non mai tanto perché, solo se recenti,

le antiche fioriture non li tentino!

Maledico i sensi di quei vivi,

per cui, un giorno, nei secoli tornerà aprile:

coi glicini, con questi chicchi lilla,

trepidi in carnali file,

quasi senza colore, quasi, direi, lividi...

E tanto dolci, contro i loro muri d’argilla

o travertino, misteriosi come camomilla,

tanto amici per i cuori che nascono con loro.

Maledico quei cuori, che tanto amo,

perché ancora non sanno, non solo

la vita, ma neanche la nascita!

Ah, la vita solo vera, è ancora

quella che sarà: vergine lascia

solo ai nascituri, il glicine, il suo fascino!

E io qui, con questa scheggia

immateriale in cuore, quest’involuta

coscienza di me, che si ridesta a un attimo

della stagione che muta.

Insufficienza ormonica in cui vaneggiano

i sensi? Indebolimento dei battiti

del cuore, o eccesso dei vitali atti

dell’intelligenza? Ah, certo qualcosa

che va in rovina. Questo fiore è segno,

nel mio intimo, del regno

della caducità - della religiosa

caducità - nient’altro.

La sua è una gioia dolorosa,

e, nel dolore di quel lilla quasi bianco,

a esaltarci è la ragione del pianto.

Ma è ridicolo, non posso

straziarmi qui su questa pallida ombra

sia pure stracarica di spasimi,

questa leggera onda

lilla che trapunge il muraglione rosso

con l’impudica ingenuità, l’afasica

festa degli eventi selvaggi!

Non posso: io che da anni prèdico

che tutto ciò non esiste, ch’è atto

di alienata volontà,

di cecità che non conosce altro rimedio

che morire nel cuore

del mondo avuto in dono nascendo,

di incosciente possesso della storia,

di coscienza solamente retorica...

E ora, per un misero glicine

fiorito agli angoli di Monteverde,

son qui a ragionare di sconfitta.

Ma chi è che mi perde?

Dio redivivo, la colpa felice?

Sì, mi sento vittima, è vero, ma vittima

di cosa? D’una storia apocalittica,

non di questa storia. Mi contraddico.

Rendo ridicola una mia lunga passione

di verità e ragione.

Passione... Sì, perché c’è un cuore antico,

preesistente al pensiero:

e un corpo - o fiorente o ferito,

povera vita mai certa davvero

di resistere alla vita informe dei nervi.

Da questo inesprimibile attrito

nasce la prima larva della Passione:

tra il corpo e la storia, c’è questa

musicalità che stona,

stupenda, in cui ciò ch’è finito

e ciò che comincia è uguale, e resta

tale nei secoli: dato dell’esistenza.

II confine tra la storia e l’io

si fende torto come un ebbro abisso

oltre cui talvolta, scisso,

alla deriva, è il glorioso brusio

dell’esistenza sensuale

piena di noi: dinnanzi a questa fisica

miseria non può che ritornare

ogni storico atto irrazionale...

o non so cosa sia

questa non-ragione, questa poca-ragione:

Vico, o Croce, o Freud. mi soccorrono,

ma con la sola suggestione

del mito, della scienza, nella mia abulia.

Non Marx. Solo ciò che ormai è parola

la sua parola muta, non il chiarore,

non il buio che c’è prima, povero glicine!

Quanto in te vive - e in me per te trema -

resta represso gemito

di cui non si sa, di cui non si dice.

Ma è possibile amare

senza sapere cosa questo vuol dire? Felice

te, che sei solo amore, gemello vegetale,

che rinasci in un mondo prenatale!

Prepotente, feroce

rinasci, e di colpo, in una notte, copri

un’intera parete appena alzata, il muro

principesco d’un ocra

screpolato al nuovo sole che lo cuoce...

E basti tu, col tuo profumo, oscuro,

caduco rampicante, a farmi puro

di storia come un verme, come un monaco:

e non lo voglio, mi rivolto - arido

nella mia nuova rabbia,

puntellare lo scrostato intonaco

del mio nuovo edificio.

Qualcosa ha fatto allargare

l’abisso tra corpo e storia, m’ha indebolito,

inaridito, riaperto le ferite...

Un mostro senza storia,

feroce della ferocia barbarica

che compie le sue persecuzioni

nella stampa libera, nei miti confessionali,

brucia passioni, purezze, dolori,

che accetta la morte con crudeltà quasi ironica,

suo malgrado stoica, che non ha religione

se non quella di imporne una legale

con le sue regole, che non ha amore

se non quello che vuole

tutti uguali, nel bene e nel male,

che non conosce pietà,

perché per ognuno il conquistare

la vita è una tacita scommessa che lo fa

cieco padrone di tutto ciò che sa:

tutto questo ho trovato

nascendo, e subito mi ha dato dolore:

Ma un dolore glorioso, quasi, tanto

m’illudevo che il cuore

potesse trasformare ogni dato,

dentro, in un amore unificante:

da Cristo a Croce, che cammino consolante!

E poi, la speranza della Rivoluzione.

E ora eccomi qui: ricopre il glicine

le rosee superfici

d’un quartiere ch’è tomba d’ogni passione,

agiato e anonimo, caldo

al sole d’aprile che lo decompone.

Il mondo mi sfugge, ancora, non so dominarlo

più, mi sfugge, ah, un’altra volta è un altro...

Altre mode, altri idoli,

la massa, non il popolo, la massa

decisa a farsi corrompere

al mondo ora si affaccia,

e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video

si abbevera, orda pura che irrompe

con pura avidità, informe

desiderio di partecipare alla festa.

E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.

Muta il senso delle parole:

chi finora ha parlato, con speranza, resta

indietro, invecchiato.

Non serve, per ringiovanire, questo

offeso angosciarsi, questo disperato

arrendersi! Chi non parla, è dimenticato.

Tu che brutale ritorni,

non ringiovanito, ma addirittura rinato,

furia della natura, dolcissima,

mi stronchi uomo già stroncato

da una serie di miserabili giorni,

ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,

profumi vergine sul mio eclissi,

antica sensualità, disgregata, pietà

spaurita, desiderio di morte...

Ho perduto le forze;

non so più il senso della razionalità;

decaduta si insabbia

- nella tua religiosa caducità –

la mia vita, disperata che abbia

solo ferocia il mondo, la mia anima rabbia.
(da La religione del mio tempo, 1961)

23 aprile 1962

Quando gli Anni Sessanta
saranno perduti come il Mille,
e, il mio, sarà uno scheletro
senza più neanche nostalgia del mondo,
cosa conterà la mia <<vita privata>>,
miseri scheletri senza vita
né privata né pubblica, ricattatori,
cosa conterà! Conteranno le mie tenerezze,
sarò io, dopo la mia morte, in primavera,
a vincere la scommessa, nella furia
del mio amore per l'Acqua Santa nel sole.

10 giugno 1962

Un solo rudere, sogno di un arco,

di una volta romana o romanica,

in un prato dove schiumeggia il sole

il cui calore è calmo come un mare,

e, del mare, ha il sapore di sale,

il mistero splendente: lì ridotto,

sulla schiuma del mare della luce,

il rudere è solo: liturgia

e uso, ora profondamente estinti

vivono nel suo stile – e nel sole –

per chi ne comprenda presenza e poesia.

Fai pochi passi, e sei sull’Appia

o sulla Tuscolana: lì tutto è vita,

per tutti. Anzi, meglio è complice

di quella vita chi non ne sa stile

e storia. I suoi significati

si scambiano nella sordida pace

insofferenza e violenza. Migliaia,

migliaia di persone, pulcinella

di una modernità di fuoco, nel sole

il cui significato è anch’esso in atto,

si incrociano pullulando scure

sugli accecanti marciapiedi, contro

l’Ina. Case sprofondate nel cielo.

Io sono una forza del Passato

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dalle Chiese,

dalle pale d’altare, dai borghi,

dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l’Appia come un cane senza padrone.

O guardo i crepuscoli, le mattine,

su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

come i primi atti del Dopostoria,

cui io assisto per privilegio di anagrafe,

sull’orlo estremo di qualche età sepolta.

Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

E io, feto adulto, mi aggiro

Più moderno di ogni moderno

A cercare fratelli che non sono più.


12 giugno 1962

Ci vediamo in proiezione, ed ecco

la città, in una sua povera ora nuda,
terrificante come ogni nudità.
Terra incendiata il cui incendio
spento stasera o da millenni,
è una cerchia infinita di ruderi rosa,
carboni e ossa biancheggianti, impalcature
dilavate dall'acqua e poi bruciate
da nuovo sole. La radiosa Appia
che formicola di migliaia di insetti
- gli uomini d'oggi - i neorealistici
ossessi delle Cronache in volgare.
Poi compare Testaccio, in quella luce
di miele proiettata sulla terra
dall'oltretomba. Forse è scoppiata,
la Bomba, fuori dalla mia coscienza.
Anzi, è così certamente. E la fine
del Mondo è già accaduta: una cosa
muta, calata nel controluce del crepuscolo.
Ombra, chi opera in questa èra.
Ah, sacro Novecento, regione dell'anima
in cui l'Apocalisse è un vecchio evento!
Il Pontormo con un operatore
meticoloso, ha disposto cantoni
di case giallastre, a tagliare
questa luce friabile e molle,
che dal cielo giallo si fa marrone
impolverato d'oro sul mondo cittadino...
e come piante senza radice, case e uomini,
creano solo muti monumenti di luce
e d'ombra, in movimento: perché
la loro morte è nel loro moto.
Vanno, come senza alcuna colonna sonora,
automobili e camion, sotto gli archi,
sull'asfalto, contro il gasometro,
nell'ora, d'oro, di Hiroshima,
dopo vent'anni, sempre più dentro
in quella loro morte gesticolante: e io
ritardatario sulla morte, in anticipo
sulla vita vera, bevo l'incubo
della luce come un vino smagliante.
Nazione senza speranze! L'Apocalisse
esploso fuori dalle coscienze
nella malinconia dell'Italia dei Manieristi,
ha ucciso tutti: guardateli - ombre
grondanti d'oro nell'oro dell'agonia.
(da Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa, 1962)

Una disperata vitalità
Come in un film di Godard: solo

in una macchina che corre per le autostrade

del Neo-capitalismo latino – di ritorno dall’aeroporto –

[là è rimasto Moravia, puro fra le sue valige]

solo, «pilotando la sua Alfa Romeo»

in un sole irriferibile in rime

non elegiache, perché celestiale

il più bel sole dell’anno –

come in un film di Godard:

sotto quel sole che si svenava immobile

unico,

il canale del porto di Fiumicino

una barca a motore che rientrava inosservata

i marinai napoletani coperti di cenci di lana

un incidente stradale, con poca folla intorno…

come in un film di Godard – riscoperta

del romanticismo in sede

di neocapitalistico cinismo, e crudeltà –

al volante

per la strada di Fiumicino,

ed ecco il castello (che dolce

mistero, per lo sceneggiatore francese,

nel turbato sole senza fine, secolare,

questo bestione papalino, coi suoi merli,

sulle siepi e i filari della brutta campagna

dei contadini servi),

sono come un gatto bruciato vivo,

pestato dal copertone di un autotreno,

impiccato da ragazzi a un fico,

ma ancora almeno con sei

delle sue sette vite,

come un serpe ridotto a poltiglia di sangue

un’anguilla mezza mangiata

le guance cave sotto gli occhi abbattuti,

i capelli orrendamente diradati sul cranio

le braccia dimagrite come quelle di un bambino

un gatto che non crepa, Belmondo

che «al volante della sua Alfa Romeo»

nella logica del montaggio narcisistico

si stacca dal tempo, e v’inserisce

Se stesso:

in immagini che nulla hanno a che fare

con la noia delle ore in fila…

col lento risplendere a morte del pomeriggio…

La morte non è

nel non poter comunicare

ma nel non poter più essere compresi.

E questo bestione papalino, non privo

di grazia – il ricordo

delle rustiche concessioni padronali,

innocenti in fondo, com’erano innocenti

le rassegnazioni dei servi –

nel sole che fu,

nei secoli,

per migliaia di meriggi,

qui, il solo ospite,

questo bestione papalino, merlato

accucciato tra pioppeti di maremma,

campi di cocomeri, argini,

questo bestione papalino blindato

da contrafforti del dolce color arancio

di Roma, screpolati

come costruzioni di etruschi o romani,

sta per non poter più essere compreso.

(da Poesia in forma di rosa, 1964)

La recessione

Rivedremo calzoni coi rattoppi;
tramonti rossi su borghi
vuoti di motori
e pieni di giovani straccioni

tornati da Torino o dalla Germania.
I vecchi saranno padroni dei loro muretti

come di poltrone di senatori;
i bambini sapranno che la minestra è poca

e quanto vale un pezzo di pane.
La sera sarà nera come la fine del mondo,

di notte si sentiranno solo i grilli

o i tuoni; e forse, forse, qualche giovane

(uno tra i pochi giovani buoni tornati al nido)

tirerà fuori un mandolino. L'aria

saprà di stracci bagnati. Tutto

sarà lontano. Treni e corriere

passeranno di tanto in tanto in un sonno.
Le città grandi come mondi

saranno piene di gente che va a piedi,
coi vestiti grigi e dentro gli occhi

una domanda, una domanda che è,

magari, di un po' di soldi, di un piccolo aiuto,

e invece è solo d'amore. Gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi, com'erano una volta.

Le piccole fabbriche sul più bello

di un prato verde, nella curva

di un fiume, nel cuore di un vecchio

bosco di querce, crolleranno

un poco per sera, muretto per muretto,
lamiera per lamiera. I banditi

(i giovani tornati a casa dal mondo

Così diversi da come erano partiti)

avranno i visi di una volta,

coi capelli corti e gli occhi di loro madre

pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello.
Lo zoccolo del cavallo toccherà

la terra, leggero come una farfalla,
e ricorderà ciò che è stato

in silenzio, il mondo e ciò che sarà.

(da La nuova gioventù, 1974)

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