La mort est en train de changer

Dominique Eddé
Ed. Les liens qui Libèrent, Paris, 2025

La morte sta cambiando

Gaza e la disfatta dell’umanità



Il massacro di Gaza prosegue, indifferente al roboante “piano di pace” firmato il 13 ottobre dell’anno appena trascorso: fame, malattie, condizioni di sopravvivenza disumane. Né si arrestano droni, carri armati, aerei. Intanto il “modello Gaza” avanza e si diffonde: dalla Cisgiordania al Libano all’Iran. 

La morte è ovunque padrona; la striscia, un enorme cimitero dove, insieme alle vite umane, sprofonda la nostra umanità. 

In aprile una nuova Flotilla è partita. Conosciamo il seguito. Sulla fiancata sinistra della Holy blue erano incise le parole con cui Vittorio Arrigoni firmava i suoi reportage dal Medio Oriente: “Restiamo umani”. Restare umani è la sfida che ci coinvolge tutti, nell’oscurità di questo tempo storico.

A questa sfida appartiene un libro che Dominque Eddé, scrittrice e saggista libanese, una delle voci più profonde e luminose della scena intellettuale francofona, ha scritto in pieno genocidio; un libro che, a metà tra il saggio e la narrazione libera, procede in modo non lineare, intrecciando riflessioni politiche, passaggi storici, riferimenti letterari ma anche ricordi e vissuti personali. 

Lo anima la necessità di una presa di parola - scrivere nella brutalità di questo presente è “una prova al limite dell’oscenità. Ma non scrivere […] è ancor meno glorioso”. Occorre dunque accettare la sfida, assumere la gravità del compito e, senza sottrarsi ai rischi che questo comporta, cercare parole che sappiano risvegliare le coscienze ma anche aprire strade al pensiero. Contro un linguaggio che non serve più a nulla, se non ad alimentare e diffondere la menzogna, contro l’anti umanesimo che genera mostri, Dominique Eddé cerca parole capaci di veicolare una verità che il linguaggio politico e mediatico continuano a dissimulare.  “Il divieto di nominare il genocidio in corso a Gaza, pena l’essere accusati di antisemitismo, è un chiavistello che ha resistito per mesi […] Da parte mia, mi sono limitata a sostituire una parola con un’altra: mattatoio, ad esempio. È stato sconcertare constatare che questa non sollevava obiezioni.  L’accecamento degli spiriti sarebbe arrivato al punto che basta nominare l’orrore assoluto con una parola anziché con un’altra per renderlo accettabile?”

In questa ricerca si appella a due mondi, il sensibile e lo psichico, abitualmente esclusi dal dibattito e che pure sono il fondamento dell’agire umano. Una sensibilità plasmata dalla doppia appartenenza all’Oriente e all’Occidente – nata e cresciuta in Libano, ha poi vissuto tra Parigi e Beirut, dove ormai risiede da diversi anni -, resa infinitamente acuta dall’aver conosciuto molte guerre e dalla dolorosa condivisione, abbracciata fin dalla giovinezza, della tragedia del popolo palestinese, la scelta senza riserve di un umanesimo fondato sull’ascolto della sofferenza – “la mia bussola volge dalla parte dei deboli” -, la familiarità con la psicoanalisi, e dunque con quanto di più disunito e inquietante c’è nell’agire umano, invitano alla conoscenza di questa intellettuale hors norme e fanno di questo libro un testo profondo e indispensabile, da leggere e rileggere.   

La tragedia di Gaza è inizio e fine, “vertice dell’inconcepibile accettato, della tragica disfatta dell’umanità”: laboratorio di una disumanità che segna l’impasse della nostra civiltà e delle nostre democrazie. La morte che a Gaza sistematicamente viene praticata e inflitta è sintomo di una morte più diffusa, di una “perdita dell’essere” che ci minaccia. Il titolo, enigmatico, La morte sta cambiando, assume tutto il suo senso: che cosa diventa la morte se sono i droni, gli algoritmi, le macchine, a decidere chi vive e chi muore? Che cosa resta della morte umana? Dello sguardo di un morente? Del terrore, della sofferenza? Come è possibile tollerare l’intollerabile? Tacere davanti all’inconcepibile?

“Una morte diffusa infiltra i muri malandati del pensiero. Da punto finale, quale era, la morte si è mutata in punto e virgola, in virgola; ha perso il suo carattere implacabile […] Ė distribuita, accelerata o ritardata dalle macchine. L’umanità aziona la morte azionando il suo progresso e guadagna in neon quello che perde in luce”. L’umanità “sta perdendo la sua ombra. La morte in vita è un cielo invaso da droni, dove il passare delle ore si dà nella forma alterna di due estremi: il ronzio che ricomincia, da un lato, il colpo devastante, dall’altro. A quel punto apre fosse comuni, massacra bambini a migliaia, elimina tutto ciò che, da vicino o da lontano, disturba i piani dei predatori. Come dire queste due morti nel medesimo istante, quella più lenta e quella più brutale? Come mostrare, tra l’una e l’altra, l’enormità del disastro?”

Ma la morte è anche quella che corrode il linguaggio, che introduce il non senso e annebbia la ragione, che attacca il pensiero e i legami. Che cosa opporre a tutto questo? Rifaat al-Areer, pochi giorni prima di morire, scrisse: “Se io dovrò morire/tu dovrai vivere/per raccontare la mia storia”. Evocava la forza fragile ma irrinunciabile della parola poetica e del racconto.  Scrivere, prendere la parola, testimoniare, sono altrettanti atti di resistenza: perché si crei un baluardo contro l’impotenza e l’annientamento e sopravviva una speranza – un’utopia? - di riparazione. 

A partire dal massacro di una popolazione spogliata di tutto dal 1948, i cui territori sono stati sistematicamente confiscati, abbandonata oggi anche dal mondo arabo – senza dimenticare l’orrore del 7 ottobre e senza trascurare le responsabilità condivise, le divisioni, le complessità, gli spaventosi circuiti dell’odio e dell’indifferenza -, Dominique Eddé si sforza di additare la mostruosa disumanizzazione che giorno dopo giorno si insedia nell’intero pianeta: laggiù, insieme all’agonia di un popolo,  si compiono la disfatta morale dell’Occidente, lo sgretolamento del mondo arabo, il suicidio di Israele: ma il male oltrepassa i confini del Medio Oriente: Gaza, luogo in cui il crollo della nostra comune umanità è messo a nudo ed espone il suo volto più osceno e terrificante, è rivelatore di un ripugnante processo in atto: mentre la logica della guerra e della potenza militare si normalizza e si impone come paradigma di governo e di ridefinizione della società civile, avanza la “perdita dell’essere”, un processo di disintegrazione dell’umano che, al di là degli individui, investe l’organizzazione stessa della vita collettiva sgretolando ciò che fa da baluardo al male.

In tal senso questo libro, pur costantemente attraversato dall’attualità, la eccede e si situa nella scia delle opere che, come i canarini che i minatori portavano sottoterra perché segnalassero in anticipo il grisù, hanno funzione di indicare una catastrofe in arrivo. Con la differenza che siamo già in piena catastrofe. Si tratta allora, pur nel pessimismo e nel dolore, di non cedere alla rassegnazione e all’impotenza: “disperata vitalità”, così la chiama Pasolini nella chiusa di una celebre poesia: quella vitalità che, opponendosi ostinatamente alla rinuncia e al silenzio, spinge alla ricerca di parole capaci di muovere il pensiero ma anche di toccare profondamente grazie alla loro pienezza e sincerità. E non a caso sono i poeti e gli scrittori ad essere convocati: interlocutori necessari, veggenti che permettono di comprendere meglio di qualunque trattato politico, perché scavano nell’umano: Dostoevskij e Kafka, in particolare, questi “obsédés de la vérité”, “fanatici della verità”, per i quali l’arte è uno squarcio sulla verità dell’essere, compresa quella più inconfessabile. La memoria e il pensiero aprono un lavoro di elaborazione quando permettono di comprendere che, come scriveva Adorno, “l’odio si scarica su vittime indifese. E, poiché le vittime sono intercambiabili, a seconda delle circostanze storiche (vagabondi, ebrei, protestanti, cattolici), ciascuna di esse può prendere il posto degli assassini, con la stessa cieca voluttà di uccidere, non appena si senta potente come la norma” 

L’arte, scriveva Kafka all’amico Max Brod, consiste “nel rendere possibile una parola vera da persona a persona”. Ed è, aggiunge Dominique Eddé, “quello che disperatamente tento di fare: parlare da persona a persona. In presenza di nessuno”, col desiderio di sfuggire ogni movimento del linguaggio che tenti di colmare le fratture, anziché comprenderle. 

Di questo le siamo profondamente grati. 

Angela Peduto

INDICE:

Paura di sé, paura dell’altro

L’esibizione

L’intelligenza a spese del pensiero

La sessualità e la guerra

La perdita dell’essere

Nel cuore della menzogna

Il trumpismo

Un grande forse

Israele: ricapitolazione

Dio sulla terra

Positivo/negativo

La morte in presenza di Kafka

La normalizzazione dell’incoerenza

L’antirazzismo non è un rimedio al razzismo

Lo svilimento della sofferenza

L’attualità o l’annientamento del senso

Quando la morte invecchia bene

L’invincibile bellezza

Per un ulteriore approfondimento segnaliamo:

https://www.letemps.ch/opinions/debats/dans-la-folie-du-liban-se-joue-la-folie-du-monde-par-dominique-edde?srsltid=AfmBOopXhZfYVG1pLmSyWmkw5oX8HgjH5H3MSKisLry3kI6AFG9OgvLU

Riportiamo da questo articolo, pubblicato il 26 marzo 2026: “Il degrado mentale che deriva dal funzionamento distorto del mondo e che ormai lo guida, non ha ancora un nome. Si traduce in fatti reali grazie al naufragio della realtà e del linguaggio, il che mette la maggior parte delle popolazioni in balia di predatori, gangster, dittatori. A scala individuale è l’equivalente di una nevrosi che degenera in psicosi: una struttura psichica danneggiata, devastata dalla menzogna, esposta al peggio: vale a dire alla perversione, al narcisismo e alla megalomania. Il tutto va di pari passo con la caduta delle inibizioni, che in termini clinici corrisponde all’assenza del super io, in termini politici alla morte del diritto internazionale, in termini bruti al permesso di stuprare e uccidere. 

[…]

Fatta eccezione per il sole e la luce, che mantengono, impassibili, la loro inalterabile bellezza, tutto è aggredito in Libano, tutto va alla deriva, tutto è in crisi. Persino il silenzio. Conosco persone che non sopportano più i momenti in cui le bombe smettono di cadere, dicono che è peggio aspettarle che sentirle. Pensare a favore o contro è condannato da subito a essere fuori strada. Un minimo di coerenza ci obbliga, una volta di più, come durante la guerra del Golfo, a essere contro e contro, prima di cominciare a ragionare. Contro Saddam Hussein e contro l’invasione americana; contro un partito armato, Hezbollah, che prende in ostaggio un paese e contro uno Stato espansionista e colonizzatore, Israele, che calpesta il diritto internazionale, massacra le popolazioni e annette terre che non gli appartengono.

Gli abitanti del Libano non arrivano a concepire ciò che stanno vivendo, a formulare questo stato di impotenza, di nausea, di umiliazione. Ripetono inebetiti le stesse parole – “non ci si crede, non è possibile, non è accettabile” – per ragioni a volte simili, a volte opposte. La rabbia e la paura si nutrono a vicenda. La disperazione offusca la lucidità. L’odio determina scelte che non sono tali. Alcuni vivono come se nulla fosse sapendo perfettamente che nulla più tiene. Altri guardano le loro vite in televisione, o le perdono bruscamente, avendo aspettato troppo a lungo per fuggire da un villaggio o da un edifico colpito.

[…]

L'insicurezza generale esaspera un terribile istinto fusionale del “noi contro di loro”, metodicamente alimentato dalla voracità degli appetiti economici e politici. Forse, a furia di marcire e degenerare, la situazione finirà per far nascere quella capacità indispensabile all’individuo di lasciare la tribù, di rivolgersi all’altro e fargli spazio, lasciando in pace Dio. Questa è la sola via d’uscita possibile all’impasse morbosa in cui si trova la regione, e non solo. Perché, nella follia del Libano si gioca la follia del mondo.”

(a cura di Angela Peduto)

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