Francesco

Nikos Kazantzakis
Ed. Crocetti, 2025

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Scendeva la sera. A occidente il cielo era scuro, violaceo, strane nuvole si alzavano a rinfrescare compassionevoli la terra che ancora ribolliva per la calura del giorno. La fertile pianura umbra riposava. Aveva compiuto il suo dovere: offrire agli uomini grano, vino, olio, e ora poteva riposare; guardava il cielo e aspettava fiduciosa la pioggia, perché dentro di essa dai semi germogliassero nuovi frutti. 

I braccianti tornavano dal lavoro, e davanti a loro, lenti e nobili,  i buoi miti e ben pasciuti; si voltavano un poco a guardarci benevoli e senza stupore, come se fossimo noi pure buoi di un’altra razza, e tornassimo ad Assisi nella stalla piena di paglia e fieno dopo il lavoro quotidiano. 

Francesco mi precedeva pensieroso; ogni tanto si fermava, guardava il cielo, tendeva l’orecchio come in attesa che qualcuno gli parlasse; ma non sentiva altro che il fruscio lieve dell'aria fra gli alberi, e in lontananza, ad Assisi, i cani. che latravano. Sospirava, e riprendeva la salita. 

A un certo punto si voltò, attese che gli arrivassi vicino:

“Frate Leone", disse a bassa voce, in tono confidenziale, "sai ballare?”. 

Io risi:

“Ballare? Perché, stiamo andando a un matrimonio, fratello Francesco?”. 

“Sì, Frate Leone, stiamo andando a un matrimonioì, non ridere. L’ancella del Signore va in sposa...” 

“Quale ancella del Signore?” 

“L’anima, l'ancella del Signore, va in sposa al suo diletto Amato.” 

“L'Amato è il Signore, fratello Francesco?” 

“E' il Signore, frate Leone, e dobbiamo ballare al centro della piazza. Le nozze avverranno davanti alla casa di Bernardone, dobbiamo battere le mani e cantare, frate Leone, e in segno di buon augurio il popolo verrà a tirarci sassi e bucce di limone.” 

“Non si usano più i confetti, le foglie d’alloro e i fiori di limone? Perché mai sassi e bucce di limone, fratello Francesco?” 

“Così vuole lo Sposo, fratello.” 

Riprese a camminare senza aggiungere altro, ma vedevo che le sue gambe e i piedi nudi insanguinati vacillavano e incespicavano. Adesso correva: all’improvviso lo avevano assalito la fretta e l’ansia; guardava Assisi e correva. 

Ma quando arrivammo alla porta della citta, le sue ginocchia cedettero e si fermò; mi prese sottobraccio e la voce gli uscì implorante; rotta. 

“Frate Leone, ti ricordi la notte in cui, sul Monte degli Ulivi, Cristo levò le braccia verso il cielo e gridò: ‘Padre, allontana da me questo calice’? Il sudore gli rigava la fronte, tremava; io L’ho visto, frate Leone, ero là e L’ho visto, tremava...” 

“Calmati, fratello Francesco, calmati, non tremare. Vieni, torniamo nella nostra grotta; tu hai pregato per tutto il giorno, io ho chiesto l’elemosina per tutto il giorno, la sera possiamo stare seduti insieme davanti a un tozzo di pane a parlare di Dio.” 

Gli parlavo icon tranquillità, dolcemente, perché i suoi occhi febbrili mi facevano paura. 

Ma lui era troppo lontano, sul Monte degli Ulivi, e non sentiva. 

“Tremava,” mormorò di nuovo. “tremava... Eppure afferrò il calice e lo bevve tutto d’un fiato, fino all’ultima goccia!”.

Mi lasciò il braccio, varcò risoluto la porta della città, si volse a guardarmi e alzò la mano:

“Andiamo!”, disse forte.

E a voce più bassa:

“Gesù Cristo, aiutaci!”.
Io gli corsi vicino, indovinavo il suo dolore, mi accostai per condividerlo con lui. A che cosa somiglia l’anima dell’uomo, mi domandavo guardando il pallore e il tremore di Francesco; a che cosa somiglia l'anima dell'uomo? A un nido pieno di uova? Alla terra assetata che scruta il cielo sperando che piova? L’anima dell’uomo è un ah, e sale al cielo. 

Francesco si voltò a guardarmi:

“Frate Leone, se vuoi puoi andartene”. 

“Non me ne vado,” risposi; “anche se tu te ne vai, ormai io resto.” 

“Magari potessi andarmene, sfuggire; non posso!”. 

Levò gli occhi al cielo:

“Dietro l’acqua, dietro il pane, dietro il bacio c’è il Tuo volto; dietro la sete, la fame, la verginità c’è il Tuo volto; come potrei sfuggirti, Signore?”. 

Con un balzo si infilò nella prima stradina, esi fermò nella piazza di San Giorgio e cominciò a saltare, a battere le mani e a gridare:

“Venite! Venite! Venite a sentire una nuova follia!”. 

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Era l’ora in cui i contadini tornavano dagli orti e dai vigneti con gli asinelli carichi; i commercianti e gli artigiani serravano le botteghe e si ritrovavano nelle osterie a bere un quartino e a chiacchierare piacevolmente con gli amici. Le donne anziane sedevano davanti alla soglia di casa con gli occhi velati, stanche di guardare le strade, le persone e gli asinelli di Assisi. I giovani e le fanciulle, invece, si erano lavati e cambiati d’abito, e stasera, sabato, passeggiavano avanti e indietro per la piazza lunga e stretta; spirava un venticello fresco, le nuvole si erano disperse, le fanciulle avevano nastri ondeggianti tra i capelli e i giovanotti  lanciavano loro sguardi appassionati additandoli con desiderio e rabbia; nelle osterie risuonarono i primi liuti. 

All’improvviso si levarono grida, risate e fischi; la gente si voltò; da un'estremità della piazza comparve Francesco che, saltando e ballando con il mantello rimboccato, gridava: 

“Venite, venite fratelli, venite a sentire una nuova follia!”. 

Alle sue spalle una frotta di ragazzi rideva a crepapelle e lo inseguiva lanciandogli sassi. 

Io li rincorrevo agitando il bastone per spaventarli, ma ne spuntavano da tutte le strade, si radunavano e aggredivano  Francesco tutti insieme; lui rideva tranquillo, di tanto in tanto si fermava, tendeva le braccia verso di loro e gridava: 

“Chi mi getterà un sasso, sia benedetto da Dio una volta; chi me ne getterà due, abbia due volte la benedizione di Dio; chi me ne getterà tre , abbia tre volte la benedizione di Dio...”. 

E una fitta pioggia di sassi gli piombava addosso. 

Ora sulla fronte e sul mento gli scorreva il sangue; i padri di famiglia si erano precipitati fuori dalle osterie e ridevano, anche i cani di Assisi si agitarono, si radunarono e cominciarono o ad abbaiare contro di lui. Io mi ero messo davanti a Francesco per ricevere la mia dose di sassi; ma lui mi fece scostare; saltava estasiato e cantava, coperto di sangue:

“Fratelli, ascoltate una nuova follia”. 

La gente rideva, i giovani fischiavano, miagolavano, abbaiavano per coprire la sua voce, le ragazze si erano assiepate vicino alle colonne del tempio antico e strillavano, finché da una taverna un uomo gridò: 

“Ehi, ma non sei Francesco il gaudente, il figlio di Bernardone? Dicci dunque la tua nuova follia, sentiamo!”.

“Dicce! Diccela! Diccela!!”, si levarono da tutte le parti urla e sghignazzi. 

Allora Francesco salì sui gradini del tempio, aprì le braccia verso il popolo che lo acclamava e gridò:

“Amore! Amore! Amore!”. 

Correva da da un'estremità all'altra della piazza, saltava e gridava.; sul balcone di un palazzo nobile una fanciulla guardava sporgendosi, guardava e piangeva.

“Chiara!”, si sentì una voce dall’interno. “Chiara!”

Ma la fanciulla non si mosse. 

All’improvviso mi si gelò il sangue: si sentì un ruggito, la gente si fece da parte, i fischi cessarono, un omaccione si era fatto avanti, aveva afferrato Francesco per la collottola e lo scrollava: era suo padre, messer Bernardone. 

“Andiamo,” ruggì. 

Ma Francesco si aggrappò a una colonna del tempio: 

“Dove? ", gridò. "Io non vado da nessuna parte!”.
“A casa!”
“La mia casa è qui, qui, in piazza; e questi uomini e donne che mi scherniscono sono mio padre e mia madre.”

Il vecchio Bernardone si infuriò; afferrò con entrambe le mani il figlio per staccarlo dalla colonna.

“Non me ne vado! Non me ne vado!” gridava Francesco, e si avvinghiava di nuovo alla colonna; “non ho madre né padre, non ho una casa, ho soltanto Dio!”

Taceva, poi ricominciava a gridare:

“Ho soltanto Dio! Soltanto Dio!”. 

La gente rideva forte. 

“Ci mancava un buffone che ci facesse passare il tempo,” disse uno con il muso da topo. - era Sabatino, lo riconobbi; “ora, grazie a Dio, abbiamo il figlio di Bernardone. Salve, Francesco, saltimbanco di Dio, salta, balla!” 

La gente rideva. 

In quel momento passò dalla piazza il Vescovo di Assisi. Era un vecchioetto venerando, buono, affabile, che pensava all’Inferno tremando,  pensava al Paradiso tremando, pregava Satana di pentirsi e di entrare anche lui, senza più opporre resistenza, quieto e supplichevole ormai, in Paradiso.

Il Vescovo aveva fatto anche quella sera il consueto giro nei quartieri poveri della città; lo seguiva il diacono con un cesto vuoto, che prima era stato pieno di cibo da distribuire ai poveri. Reggeva un lungo pastorale con il manico di madreperla, udì le voci e si fermò. Francesco gridava ancora: “Ho soltanto Dio! Soltanto Dio!”, e la gente rideva fragorosamente.

Allora il Vescovo pensò che qualcuno fosse in pericolo e chiamasse in aiuto lui, il rappresentante di Dio ad Assisi; accelerò più che poté il passo, si avvicinò. Non era ancora buio; c'erano gli ultimi bagliori del tramonto; il Vescovo vide Francesco e lo riconobbe; e su di ui il vecchio Bernardone che lo strattonava. Levò il pastorale: 

“Messer Bernardone,” disse con voce austera, “è una vergogna che un notabile della città dia spettacolo davanti alla gente. Se hai un dissidio con tuo figlio, venite subito al Vescovado e noi giudicheremo.”

Si rivolse a Francesco:

“Figliolo, non opporre resistenza; hai invocato Dio, io sono il rappresentante di Dio ad Assisi, vieni con me!”. 

Francesco si staccò dalla colonna, si volse, vide che ero vicino a lui:

“Vieni con me, frate Leone", disse, "comincia la salita”. 

Il Vescovo si avviò, seguito da Francesco e da me; più indietro, mugolando, il vecchio Bernardone. E ancora più indietro, mantenendo le distanze, seguiva il popolino in subbuglio.

A un certo punto Francesco si voltò:

“Frate Leone", domandò a bassa voce, "hai paura? Hai vergogna? Te lo ripeto: se vuoi, puoi andartene; perché dovresti metterti nei guai per me? Vattene!” 

“Quando sono con te, fratello Francesco, non ho paura, non ho vergogna; non ti lascerò mai.” 

"Sei ancora in tempo!", insisteva, “mi dispiace per te, vattene! ”. 

E io allora non riuscii a trattenermi oltre e scoppiai in lacrime. 

Francesco mi toccò una spalla con tenerezza:

“Va bene, va bene, leoncino di Dio, resta”. 

Arrivammo al Vescovado; il cortile era buio; entrammo; dietro di noi si intrufolarono anche molti popolani, i notabili accorsero perammirare lo stato in cui era ridotto il figlio di Bernardone. 

Accesero il grande lampadario, il'ampia sala di accoglienza si illuminò; sopra il seggio episcopale c’era un bel Cristo in croce, roseo, florido. Il Vescovo si fece il segno della croce e sedette sul seggio; alla sua destra prese posto messer Bernardone, alla sua sinistra Francesco; dietro, cinque o sei notabili, e più indietro ancora, a ridosso delle pareti, il popolo. 

Di quella sera ricordo bene ogni particolare: le parole del Vescovo, la dolcezza e la luminosità di Francesco, a furia di Bernardone; ma racconterò tutto rapidamente per arrivare alla sostanza; al grande momento  in cui Francesco rimase nudo, in piedi davanti a Dio e agli uomini. 

Il Vescovo dunque si sedette sul seggio, si fece il segno della croce. 

“In nome di Dio, messer Piero Bernardone, ti ascolto. Che motivo hai di essere scontento di tuo figlio?” 

“Eminenza,” rispose il vecchio Bernardone con voce rauca e soffocata, “questo mio figlio ha perso la ragione; fa sogni folli, sente voci nell’aria, prende l’oro dal mio forziere e lo sperpera mandandomi in rovina; finora lo spendeva in divertimenti, però, mi dicevo, è giovane, gli passerà; adesso invece ho perso ogni speranza: frequenta gli straccioni, dorme nelle grotte, piange, ride senza motivo, e ultimamente gli è venuta la mania di ricostruire chiesette diroccate. Ma stasera ha superato ogni limite: è entrato ad Assisi e si è messo a cantare e ballare al centro della piazza, mentre la gente.rideva .. Disonora il mio sangue, non voglio!” 

“E allora?” fece il Vescovo vedendo Bernardone esitante. 

“E allora,” disse il vecchio Bernardone sollevando la mano sulla testa del figlio, “e allora, al cospetto di Dio e degli uomini, io lo ripudio, lo diseredo; non è più mio figlio.” 

Un mormorìo sommesso si levò tra i notabili e tra il popolo, ma il Vescovo alzò la mano mettendoli a tacere; poi si rivolse a Francesco, che ascoltava con la testa china. 

“Che cos’hai da dire a tua discolpa, Francesco, figlio di Cristo?” domandò. 

Lui sollevò la testa: “Niente,” rispose; “soltanto questo”. 

E senza che nessuno di noi avesse il tempo di impedirglielo, in un baleno si sfilò gli abiti di velluto che indossava, li affagottò e con calma, in silenzio, si chinò a posarli ai piedi del vecchio Bernardone. 

Poi, completamente nudo, come sua madre lo aveva messo al mondo, si fermò davanti al seggio del Vescovo. 

“Eminenza,” disse, “anche questi abiti che indossavo erano suoi; glieli restituisco; lui non ha più un figlio, io non ho più un padre, i nostri conti sono pari.” 

Restammo tutti a bocca aperta; molti avevano gli occhi lucidi. Bernardone si chinò, afferrò il fagotto, se lo mise sottobraccio. Il Vescovo scese dal seggio, aveva gli occhi velati, si tolse il mantello e avvolse il corpo nudo di Francesco. 

“Figliolo,” disse in tono addolorato, “perché lo hai fatto? Non hai vergogna delle persone?” 

“No, Eminenza,” rispose umilmente Francesco, “soltanto di Dio. Soltanto di Dio mi vergogno, Vescovo, perdonami.” 

Poi si rivolse ai notabili e al popolo:

“Fratelli, ascoltate tutti che cosa mi ordina Dio: finora chiamavo padre messer Bernardone; d’ora in poi dirò: Padre nostro che sei nei cieli.  Spezzo le catene che mi legavano alla terra; mi preparo a tornare alla mia casa, in cielo. È questa, fratelli, la nuova follia, ascoltatela”. 

Il vecchio Bernardone non riuscì a trattenersi oltre, schiumava di rabbia. Si avventò contro Francesco con il pugno levato, ma il Vescovo fece in tempo a fermarlo. 

“Non hai più alcun potere su di lui,” disse; “tieni a freno la tua ira, messer Bernardone!” 

Bernardone si guardò intorno come un toro infuriato, la testa gli fumava, si morse le labbra per non bestemmiare, strinse il fagotto sotto il braccio e se ne andò sbattendo con furia la porta dietro di sé. 

Allora il Vescovo si volse verso di me:

“Va' a dire al vecchio giardiniere di darti un  abito usato, con cui Francesco possa coprire la sua nudità”. 

Andai di corsa, e poco dopo portai un vecchio mantello del giardiniere pieno di toppe sulla schiena. Francesco tracciò una croce con il gesso, poi lo indossò. 

Si chinò a baciare la mano del Vescovo, poi si rivolse ai notabili e al popolo:

“Salute a voi", disse, "che Dio abbia pietà delle vostre anime, fratelli”. 

Il Vescovo accompagnò per alcuni passi Francesco in cortile; si chinò e gli disse a bassa voce: 

“Bada, Francesco, hai superato il limite...”.
“È là che si trova Dio, Eminenza,” rispose Francesco.
Il Vescovo scosse la testa:

“Anche la virtù richiede misura, altrimenti può diventare impudenza”.
“Dentro la misura c'è l'uomo, oltre la misura c'è Dio, e io mi avvio in quella direzione, Eminenza", disse Francesco avviandosi verso il portone -aveva fretta. 

Il Vescovo  gli prese la mano con gesto compassionevole:

“Non avere fretta, figliolo", disse, "intorno alla tua testa vedo un’aria piena di lotta, di angoscia e sangue; non cominciare la lotta, figliolo, prima di essere venuto a trovarmi; sono vecchio e segnato dall’esperienza, sono passato anch'io dadove tu passi ora; credo di poterti aiutare”. 

“Verrò a farmi dare la tua benedizione, Eminenza,” disse Francesco, e varcò la soglia.

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(da Francesco, di Nikos Kazantzakis, ed. Crocetti, 2025, pp. 75-83)

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